
08.09.2004
Sono passati pochi giorni dall’orribile massacro avvenuto nella scuola di Beslan, in Ossezia del Nord, una repubblica del Caucaso settentrionale. Le cronache non sono state avare di dettagli atroci che hanno suscitato lo sdegno di tutto il mondo civile ed hanno imbarazzato non poco il mondo della politica. Dopo le parole unanimi di sdegno e più ambigue di condanna, è venuto il momento di riflettere sull’enormità dell’accaduto per cercare di coglierne le origini e per prevenire futuri sviluppi di queste dinamiche di morte.
L’Ossezia del Nord è una piccola repubblica caucasica, ultima regione meridionale della Federazione russa, ai confini con la Georgia e pericolosamente vicina alla Cecenia. Come si vede, una geografia complicata frutto di una storia più complicata ancora che vale la pena ricordare brevemente se si vuole capire qualcosa del Caucaso, regione destinata a diventare nei prossimi anni un crocevia ad alto rischio tra la Russia, l’Unione europea, la Turchia e i vicini Paesi islamici senza dimenticare l’interesse e gli appetiti che suscita per gli Usa, la cui presenza nella regione cresce progressivamente.
Una geografia e una storia complicata
Con la dissoluzione nel 1991 dell’Unione Sovietica, tre repubbliche caucasiche - Georgia, Armenia e Azerbaigian - hanno riconquistato l’indipendenza e fatto arretrare i confini della Russia attuale. Arretramento non proprio gradito per il Cremino che non solo non vuole arretrare ulteriormente cedendo una reale autonomia alla Cecenia, ma manovra per non perdere influenza nei restanti territori del Caucaso settentrionale, magari sostenendo sottobanco movimenti indipendentisti filo-russi nella vicina Georgia, come avviene nell’Ossezia del Sud e in Abkhazia, due regioni che tentano di sottrarsi alla sovranità territoriale georgiana. Ma perché tanto accanimento in Caucaso, una regione che fino a ieri sembrava dimenticata? La storia racconta di insanabili conflitti tra etnie, culture e religioni diverse, cinicamente cavalcati da Stalin per “regnare dividendo”. Ma la storia passata non spiega tutto. Altre spiegazioni vanno cercate in un futuro ormai prossimo, se non già cominciato: molta energia indispensabile per la divoratrice economia occidentale - che su questo versante deve ormai fare i conti anche con la Cina - transiterà attraverso il Caucaso. Nella sola Georgia, paese con un’economia disastrata e vecchi complessi industriali abbandonati, impressiona la febbrile attività attorno alla costruzioni di imponenti oleodotti destinati al trasporto del petrolio in provenienza dal Mar Caspio. La storia recente, in particolare quella drammatica che sta vivendo l’Iraq, ci ha insegnato quanto sia prezioso l’“oro nero” e quale tentazione rappresenti per le grandi potenze di questo mondo. In Caucaso il futuro ci insegna quanto questo sia vero anche per una ex-grande potenza come la Russia che, a dispetto dei suoi nuovi confini, considera l’intero Caucaso come una sua zona di influenza. Ne sanno qualcosa i georgiani che seguono con inquietudine le vicende dell’Ossezia del Sud, regione contenuta nei confini della Georgia, dove i russi sostengono l’azione di gruppi secessionisti che un mese fa sono stati all’origine di scontri che hanno fatto una decina di vittime. Terre, storie e interessi da noi lontani, sarà tentato di dire qualcuno. Storie ed interessi comuni invece; per non parlare di terre che fra nemmeno tre anni, con l’ingresso nell’Unione Europea di Romania e Bulgaria, saranno i nostri confini.
Per salvare il futuro del mondo
mettere il dialogo al centro della politica
Uniti nella condanna del terrorismo, i responsabili politici occidentali sono apparsi imbarazzati, se non francamente ipocriti sulla valutazione di una situazione internazionale ormai gravissima e reticenti e miopi sulle misure da adottare per il futuro. Non stupisce l’immediata solidarietà espressa a Putin da Bush: entrambi hanno fatto della sacrosanta lotta al terrorismo anche l’occasione di una scoperta strategia imperiale, o ex-imperiale nel caso della Russia, che mira ad accrescere le proprie zone di influenza, se necessario a spese del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Una strategia aiutata dalla labilità dei confini disegnati in molte regioni dai vincitori della Seconda Guerra mondiale per garantire i propri interessi ed esercitare la propria influenza su territori appositamente divisi per poter continuare a regnare; ma anche una strategia di morte se solo si ripercorrono gli infiniti conflitti locali nel mondo. E questo nell’epoca della globalizzazione, degli spazi senza confini, del dialogo tra le culture. Ma è proprio questo dialogo che è crudelmente assente nella follia senza attenuanti del terrorismo ma anche in molta politica attuale, come se questo mondo potesse essere governato solo con la violenza o con i rapporti di forza. A Beslan centinaia di persone, e tra esse molti troppi bambini, hanno fatto le spese della follia terrorista e dell’incapacità della politica a dialogare. Una concezione della politica che ha spinto alcuni cosiddetti responsabili europei a cercare di zittire il Presidente di turno del Consiglio europeo e il Presidente della Commissione Romano Prodi colpevoli, dopo aver condannato il terrorismo ceceno, di aver chiesto spiegazioni di quanto accaduto al Presidente Putin. Cioè un normalissimo invito al dialogo. Che non è piaciuto ad alcuni politici che non si sa se siano solo ipocriti e furbi o anche complici: quello che è certo che con loro non siamo in buone mani e che così facendo altre Beslan torneranno ad insanguinare il mondo, uccidendone insieme con i bambini anche il futuro.
Franco Chittolina
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