Ci sono parole che ritornano nei momenti di passaggio, “coraggio” è una di queste. Non è una parola comoda, perché il coraggio implica responsabilità, implica conseguenze, implica la disponibilità a pagare un prezzo nel presente per evitare un costo più alto nel futuro.
Il richiamo fatto da Daniela Fumarola riapre una questione che l’Italia tende a rimuovere: le scelte economiche non sono mai neutre, ma neppure possono essere ridotte a bandiere identitarie. Negli anni Ottanta il Paese affrontò un’inflazione che divorava salari e risparmi, iggi la condizione è diversa: non siamo davanti a una spirale inflattiva strutturale, ma a una stagnazione salariale lunga tre decenni, a una produttività che cresce meno dei nostri competitor europei, a una demografia che restringe la base contributiva e comprime le prospettive. Non è un dettaglio tecnico, è la questione politica dei prossimi dieci anni.
Il punto non è riprodurre schemi del passato, il punto è comprendere quale sia, oggi, la scelta che richiede coraggio. Continuare a difendere assetti che non producono crescita? O aprire un confronto serio su come si redistribuisce valore in un’economia che cambia?
In Italia abbiamo un paradosso evidente: eccellenze industriali diffuse, forte capacità esportativa, solidità manifatturiera – e al tempo stesso salari medi che restano compressi e giovani che faticano a intravedere un orizzonte di stabilità. Questo scarto non si colma con un decreto né con una narrazione ideologica, si colma intervenendo su tre nodi strutturali.
Il primo è la produttività, non come mantra astratto, ma come qualità dell’organizzazione del lavoro, investimenti, innovazione, competenze.
Il secondo è la redistribuzione: la produttività deve tradursi in salario, non solo in margine.
Il terzo è la partecipazione: perché in un’economia complessa, escludere il lavoro dai processi decisionali significa impoverire l’impresa stessa.
La vera alternativa non è tra crescita e diritti, è tra crescita di qualità e crescita fragile. Un riformismo maturo non si misura nella capacità di evocare il cambiamento, ma nella volontà di governarlo. Governare significa assumere decisioni verificabili: più contrattazione di secondo livello legata a obiettivi misurabili; contrasto reale al dumping contrattuale; politiche fiscali che non penalizzino il lavoro dipendente; investimenti strutturali in formazione continua.
Non serve radicalizzare il confronto, serve alzarlo. La discussione non può ridursi alla contrapposizione tra chi difende e chi taglia, la domanda vera è: quale modello di sviluppo vogliamo per il Paese? Un modello fondato sulla compressione del costo del lavoro è destinato a competere al ribasso, un modello fondato sulla qualità del lavoro è più esigente, ma più solido.
Il coraggio delle scelte, oggi, non è scegliere contro qualcuno, è scegliere di costruire condizioni di crescita che tengano insieme impresa e lavoro, produttività e dignità. Ed è qui che entra in gioco la Lombardia, non come primato da esibire, ma come responsabilità da assumere. La Lombardia è il primo sistema produttivo del Paese, una delle regioni più integrate nelle filiere europee, un laboratorio industriale avanzato. Se qui non riusciamo a dimostrare che produttività e salari possono crescere insieme, sarà difficile farlo altrove. Qui la sfida è ancora più concreta: costo della vita elevato, pressione abitativa, domanda di competenze alte, transizione tecnologica accelerata. Se non costruiamo un patto territoriale serio su salari, qualità del lavoro, formazione e partecipazione, rischiamo di restare attrattivi per i capitali ma non per le persone e una terra che attrae investimenti ma perde giovani non è una terra solida. La Lombardia può essere il luogo dove si sperimenta un riformismo pragmatico: meno ideologia, più risultati; meno contrapposizione sterile, più contrattazione di qualità; meno annunci, più indicatori verificabili. È su questo terreno che si misura la credibilità della politica, delle parti sociali, delle istituzioni. Le scelte difficili non si fanno contro il lavoro, si fanno per restituirgli valore.
Un Paese maturo non sceglie tra competitività e coesione, le costruisce insieme. Questo è il vero coraggio.
Leggi l’articolo di Daniela Fumarola su Il Sole 24 Ore:
