L’Ilo stima oltre 840.000 decessi all’anno e una perdita dell’1,37% del Pil globale
Non sempre avere un’occupazione garantisce buone condizioni ai lavoratori, perché molto dipende dalla tipologia di lavoro, dalla sua organizzazione e gestione, dall’ambiente in cui è svolto. Tutti elementi che, combinati tra loro, possono rendere anche molto pericolosa l’attività lavorativa. Secondo stime pubblicate dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo), infatti, i fattori di rischio psicosociale sarebbero responsabili di oltre 840.000 decessi all’anno a causa di malattie cardiovascolari e disturbi mentali. Rischi che comportano anche la perdita di quasi 45 milioni di anni di vita persi ogni anno a causa di disabilità. L’impatto combinato delle malattie cardiovascolari e dei disturbi mentali associati ai fattori di rischio psicosociale si stima che comporti una perdita annua pari all’1,37% del Pil globale. Anche i prolungati orari di lavoro sono considerati un fattore di rischio associato a un aumento di malattie cardiovascolari e ictus, un problema piuttosto diffuso dal momento che oltre un terzo dei lavoratori a livello globale lavora più di 48 ore a settimana. Così come l’esposizione a forme di violenza e molestie sul lavoro incide sulla salute dei lavoratori, considerando che a livello globale il 23% dei lavoratori ha subito almeno una forma di violenza o molestia nel corso della propria vita lavorativa, con la violenza psicologica che risulta la più diffusa al 18%.
Si tratta di stime contenute nel Rapporto L’ambiente di lavoro psicosociale: sviluppi globali e percorsi d’azione, che l’Ilo ha pubblicato in occasione della Giornata mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro 2026.
Cos’è l’ambiente di lavoro psicosociale
L’ambiente di lavoro psicosociale è considerato dall’Ilo «l’insieme degli elementi relativi al lavoro e alle interazioni sul luogo di lavoro, riguardanti la progettazione delle mansioni, l’organizzazione e la gestione del lavoro, nonché le politiche, le pratiche e le procedure più ampie che lo regolano». Tutti elementi che influenzano la salute e il benessere dei lavoratori e che l’Ilo raggruppa in tre livelli.
Il primo attiene alla natura del lavoro e comprende richieste, responsabilità e coerenza con le competenze dei lavoratori, accesso alle risorse, progettazione dei compiti. Il secondo riguarda l’organizzazione e la gestione del lavoro, cioè ruoli, carichi e ritmi di lavoro, autonomia, aspettative, supporto, supervisione. Il terzo livello identificato dall’Ilo è quello delle politiche e delle pratiche che regolano l’attività lavorativa, cioè «le modalità di impiego e di orario di lavoro, la gestione del cambiamento organizzativo, il monitoraggio digitale, i processi di valutazione delle prestazioni e di retribuzione, le politiche e i sistemi di gestione in materia di salute e sicurezza sul lavoro, le procedure per prevenire la violenza e le molestie sul lavoro e i meccanismi di consultazione e partecipazione dei lavoratori».
Il rapporto sottolinea che i rischi psicosociali derivano da questi elementi e possono essere prevenuti attraverso approcci organizzativi che ne affrontino le cause profonde. Evidenzia inoltre l’importanza di integrare la gestione del rischio psicosociale nei sistemi di salute e sicurezza sul lavoro, supportata da un dialogo sociale tra governi, datori di lavoro e lavoratori.
Rischi vecchi e nuovi, ma non inevitabili
«I rischi psicosociali stanno diventando una delle sfide più significative per la salute e la sicurezza nel mondo del lavoro moderno» sostiene l’Ilo, secondo cui un miglioramento dell’ambiente di lavoro psicosociale «è essenziale non solo per proteggere la salute mentale e fisica dei lavoratori, ma anche per rafforzare la produttività, le prestazioni organizzative e lo sviluppo economico sostenibile». Rischi che hanno natura diversa, alcuni ben noti e altri invece derivanti dalle profonde trasformazioni del mondo del lavoro.
Per effettuare la stima del numero di oltre 840.000 decessi all’anno, l’Ilo ha utilizzato due fonti di dati: la prima comprende i principali fattori di rischio, cioè stress lavorativo, squilibrio tra sforzo e ricompensa, precarietà del lavoro, orari di lavoro prolungati e molestie sul posto di lavoro; la seconda è la ricerca scientifica su come questi rischi aumentino la probabilità di gravi problemi quali malattie cardiache, ictus e disturbi mentali, incluso il suicidio. Il Rapporto evidenzia inoltre come i rischi psicosociali possano essere collegati a un’ampia gamma di problemi di salute mentale e fisica tra i lavoratori, quali depressione e ansia, nonché malattie metaboliche, disturbi muscoloscheletrici e disturbi del sonno.
Ai rischi legati alle forme più tradizionali di lavoro si aggiungono poi quelli derivanti dalle più recenti trasformazioni del mondo del lavoro, tra cui la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, il lavoro a distanza e le nuove forme di impiego. Si tratta di cambiamenti che, se non affrontati adeguatamente, «possono intensificare i rischi esistenti o crearne di nuovi» osserva l’Ilo, sottolineando però come possano anche offrire opportunità se utilizzati per migliorare le condizioni di lavoro: «Affrontando questi rischi in modo proattivo, i Paesi e le imprese possono creare ambienti di lavoro più sani che vadano a vantaggio sia dei lavoratori che delle organizzazioni, rafforzando al contempo la produttività e la resilienza economica». Anche la Confederazione internazionale dei sindacati (Csi-Ituc) ha denunciato in un Rapporto la necessità di affrontare urgentemente i rischi psicosociali del lavoro, riportando alcuni dati preoccupanti: ogni anni si stimano almeno 70.000 suicidi legati al lavoro; si perdono 12 miliardi di giornate lavorative a causa di depressione e ansia; il burnout colpisce circa un lavoratore su cinque a livello globale; i rischi psicosociali sono collegati a oltre il 10% dei casi di malattie cardiache, depressione e suicidi. «Un lavoro inadeguato può distruggere chiunque. Quando i lavoratori vengono spinti oltre i propri limiti dall’insicurezza del posto di lavoro, da carichi di lavoro eccessivi e dalla mancanza di controllo, le conseguenze possono essere fatali» sostiene la Confederazione internazionale, secondo cui però «questo non è inevitabile, ma è il risultato di scelte fatte nei consigli di amministrazione e dai governi», mentre «una presenza sindacale sul luogo di lavoro è la protezione più efficace contro i rischi psicosociali».
