“L’individuo da solo è più fragile. Oggi il lavoro chiede voce, ascolto e partecipazione”

Giovedì 30 aprile 2026, presso l’Università Cattolica di Milano, si è tenuta una lezione aperta nell’ambito del corso di Sociologia economica dedicata alla presentazione del libro di Francesco Seghezzi Disintermediare stanca. Democrazia economica, populismo e crisi del collettivo“.

L’incontro, moderato da Ivana Paisprofessoressa di Sociologia economica dell’Università Cattolica, ha visto il confronto tra l’autore, Fabio NavaSegretario Generale della CISL Lombardia, e Antonio Campatiprofessore di Filosofia politica. Al centro del dibattito, il ruolo dei corpi intermedi, la crisi della rappresentanza e la necessità di ricostruire legami sociali in un tempo segnato da frammentazione, solitudini e nuove forme di disintermediazione.

Il paradosso della solitudine nell’era della connessione

Nel suo intervento, Nava ha richiamato una domanda di fondo: chi tiene insieme una società complessa senza lasciare sole le persone? “Per anni abbiamo vissuto dentro una promessa seducente: meno mediazioni, più libertà. In parte è stato utile. Ma in molti casi, tolte alcune mediazioni visibili, non è arrivata più libertà. È arrivata più solitudine. Essere soli non significa essere liberi”.

Secondo il Segretario Generale della CISL Lombardia, gli intermediari non sono scomparsi, ma sono cambiati: algoritmi, piattaforme, grandi poteri economici e flussi comunicativi immediati incidono sempre più sulla vita delle persone, spesso in modo poco visibile e poco controllabile. “La domanda vera non è se servano ancora mediazioni. La domanda è quale mediazione vogliamo davvero: opaca o trasparente, impersonale o responsabile, subita o partecipata”.

Nava ha poi allargato il ragionamento alla crisi delle relazioni: “una società non si tiene insieme solo con connessioni. Si tiene insieme con legami. E oggi i legami sono il vero capitale scarso del nostro tempo”. Ha quindi richiamato un segnale concreto: le aggressioni a chi cura, educa, accompagna, nei pronto soccorso, nei trasporti, nelle scuole, nei servizi: “non sono solo fatti di cronaca, sono il sintomo di qualcosa che si è incrinato nel rapporto tra persone e comunità. Una società che aggredisce chi si prende cura degli altri è una società che deve fermarsi a interrogarsi”.

Rappresentanza e lavoro: dalla solitudine alla voce collettiva

Richiamando l’esperienza sindacale, Nava ha sottolineato che la disintermediazione, nei luoghi di lavoro, non è un tema astratto, ma produce conseguenze concrete: “quando manca una vera rappresentanza arrivano salari bassi, precarietà, insicurezza, isolamento. Quando invece funziona, si vedono i risultati: contrattazione reale, formazione efficace, partecipazione autentica e fiducia reciproca. La rappresentanza non è argomento da convegno, è concretezza da riscontrare nei risultati”.

Nel confronto con le tesi del libro di Seghezzi, Nava ha evidenziato anche un altro nodo: il tema non è soltanto quanti lavorano, ma quanti restano fuori dal lavoro, giovani, donne, lavoratori scoraggiati, persone rassegnate: “la vera sfida è rendere il lavoro una condizione diffusa e alla portata di tutti. Quando il lavoro non è accessibile e dignitoso, si rompe un patto sociale e questo è un problema ben più grande dell’occupazione”.

Un contratto è architettura sociale

Un passaggio centrale dell’intervento è stato dedicato alla contrattazione collettiva: “un contratto collettivo non è solo una cifra in busta paga; un contratto non è solo salario, è architettura sociale, è organizzazione del lavoro, tempo, qualità della vita, sicurezza, welfare, formazione, dignità”.

Per Nava, la democrazia economica non può essere piegata ai tempi emotivi e frenetici della comunicazione istantanea, servono riflessione, sedimentazione e responsabilità. La contrattazione – ha evidenziato – non è un rallentamento sterile, ma uno spazio in cui interessi diversi possono trovare un equilibrio capace di produrre tutela, innovazione e coesione.

La persona al centro: ascolto, accompagnamento, presa in carico

La proposta della CISL Lombardia – ha spiegato Nava – parte da una formula semplice ma ambiziosa: la persona al centro. Non come slogan, ma come pratica concreta: “la persona al centro significa ascolto, accompagnamento, presa in carico e partecipazione”. In questa prospettiva, il Segretario ha richiamato il lavoro avviato in Lombardia insieme a BiblioLavoro, centro studi e ricerche della CISL Lombardia, attraverso survey e strumenti di ascolto rivolti a giovani, donne, pensionati, lavoratori dell’industria, insegnanti e lavoratori della cura: “il dato che emerge è chiaro: le persone hanno una gran voglia di parlare con il proprio sindacato. Non sempre per dirci cose comode o farci complimenti, ma per raccontare la realtà, i bisogni, le difficoltà, per dire la loro, per contare”.

Per Nava, quando si costruiscono luoghi veri di ascolto, la distanza si riduce: “preferiamo mille critiche sincere dentro una relazione autentica, piuttosto che tanti giudizi superficiali. La rappresentanza vera si misura nella qualità della relazione che si riesce a costruire nel tempo”.

Lavoro di cura e rappresentanza

Nel suo intervento, il Segretario ha poi richiamato il valore del lavoro di cura, spesso silenzioso ma decisivo per la tenuta della società: “chi cura, educa, accompagna tiene insieme i legami. Lavoro di cura e rappresentanza hanno la stessa radice: tengono insieme ciò che rischia di spezzarsi”. Un richiamo che allarga il tema del lavoro oltre la sola dimensione produttiva, riportandolo alla sua funzione sociale: creare fiducia, prossimità, dignità e possibilità.

Partecipazione come infrastruttura della modernità

Nella parte conclusiva, Nava ha richiamato il valore della partecipazione, anche alla luce della Legge 76/2025 promossa dalla CISL: “oggi si parla molto di infrastrutture digitali, energetiche, materiali. Io credo però che ce ne sia una decisiva spesso dimenticata: la partecipazione”. La partecipazione – ha spiegato – non è un costo né una parola gentile: è una condizione della qualità della modernità. Se le persone non partecipano, le decisioni possono apparire più veloci, ma diventano più fragili. Se partecipano davvero, le decisioni sono più complesse, ma anche più solide. “Partecipazione significa contrattazione, coinvolgimento nei luoghi di lavoro, responsabilità condivisa, crescita comune. È il modo concreto con cui una persona smette di sentirsi sola davanti a decisioni più grandi di sé”.

Per il Segretario il punto non è difendere i corpi intermedi in astratto, ma evitare che le persone restino sole: “io non difendo i corpi intermedi. Difendo le persone quando rischiano di restare sole”. Questa – ha concluso – è la visione della CISL: non urlare più forte, ma provare a costruire meglio insieme. La sfida è costruire luoghi in cui ciascuno possa contare davvero: “il sindacato può essere ancora uno di questi luoghi. Chi oggi manca non è contro di noi: spesso non ha semplicemente ancora avuto occasione di incontrarci nel posto e nel momento giusto. La libertà non è stare da soli, è poter contare insieme”.