Il lavoro deve tornare a essere fonte di speranza e di vita, capace di esprimere la creatività della persona e la sua capacità di fare del bene, offrendo stabilità e dignità.
È il filo che ha guidato l’intervento di Fabio Nava, Segretario Generale CISL Lombardia, al convegno “Custodire l’umano: terra, casa e lavoro. La rivoluzione della dignità del lavoro, della giustizia sociale”, promosso da Diocesi di Milano, Pastorale Sociale e del Lavoro e Fondazione Ambrosianeum, tenutosi il 15 gennaio presso l’Ambrosianeum. L’incontro è stato condotto da Don Nazario Costante, Responsabile Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Milano ed ha visto la partecipazione, inoltre, di Mauro Magatti, Docente di Sociologia ed Economia presso l’Università Cattolica di Milano ed Antonio Bonardo, Presidente di Manageritalia.
«Non è una sala qualunque – ha esordito Nava – è uno di quei posti in cui Milano prova a fare una cosa rara e necessaria: mettere insieme parola e vita». Un contesto che ha dato fin da subito il senso dell’incontro: non un dibattito autoreferenziale, ma uno spazio di responsabilità condivisa. «Non siamo qui per fare un discorso brillante, ma per prenderci cura della vita. Con serietà e con speranza».
Il lavoro è il punto di partenza di questo percorso non per tradizione, ma per scelta: perché è proprio nel lavoro che oggi si leggono le tensioni più profonde della società – disuguaglianze, fragilità, fiducia che si incrina – ma anche la possibilità di ricostruire legami, partecipazione e futuro.
Ad orientare la riflessione, il richiamo al Giubileo dei lavoratori 2025, al quale Nava era presente con una delegazione CISL: «il lavoro deve essere una fonte di speranza e di vita, che permetta di esprimere la creatività dell’individuo e la sua capacità di fare del bene, offrendo stabilità e dignità». Parole che, per il Segretario, hanno un valore pubblico concreto: se il lavoro non genera speranza e non offre stabilità, «non è moderno: è sbagliato. E prima o poi presenta il conto alle persone e alle comunità. Creatività e “fare del bene” non sono concetti poetici: creatività è migliorare un processo senza umiliare chi lo fa, è aumentare la qualità senza alimentare paura; fare del bene è organizzare il lavoro in modo che non ferisca, non scarti, non metta a rischio la vita. È così che la giustizia sociale prende forma, molto prima delle grandi dichiarazioni di principio».
Per rendere evidente la posta in gioco, Nava ha usato un’immagine semplice e potente: la casa. Una casa può apparire solida e ordinata, ma se ha crepe nelle fondamenta, alla prima tempesta rischia di crollare. Un’immagine che richiama anche le parole dell’Arcivescovo nel Discorso alla città: “Ma essa non cadde”. Non un ottimismo facile, ma un invito alla responsabilità: vedere le crepe e fare manutenzione concreta della casa comune.
In questo senso, Nava ha sintetizzato così il rischio del nostro tempo: «Ascoltiamo di più gli errori e meno gli algoritmi». Perché l’errore, se ascoltato, diventa scuola e prevenzione; l’algoritmo, se trasformato in dogma, diventa gabbia.
Oggi quelle crepe hanno tre nomi: terra, casa, lavoro.
La terra è casa comune e responsabilità: quando la feriamo, a pagare sono soprattutto i più fragili. La casa è stabilità e possibilità di futuro: quando diventa inaccessibile, indebolisce lavoro e comunità. Il lavoro è partecipazione e riconoscimento: è poter dire “io conto”. Tre dimensioni inseparabili: un lavoro povero rende fragile la casa, una casa impossibile rende fragile il lavoro, una terra ferita allarga disuguaglianze e paure.
Nel cuore del suo intervento, Nava ha affrontato anche la nuova inquietudine che attraversa molti lavoratori: accanto alla battaglia storica contro lo sfruttamento emerge la paura di diventare superflui. Automazione e intelligenza artificiale stanno cambiando il rapporto tra valore economico e tempo umano, ma «la tecnologia non è il meteo: non capita e basta, non è destino. La stessa innovazione può liberare tempo, ridurre fatica e aumentare sicurezza, oppure diventare controllo, precarietà e isolamento: «non decide la macchina, decidono le scelte» – ha ribadito. Da qui il richiamo a un principio di civiltà: human in command – l’uomo decide, la macchina aiuta. Nava ha richiamato anche il rischio dell’epistemia, l’illusione di sapere solo perché una risposta “suona vera”, «per questo, ha sottolineato, custodire l’umano significa custodire la capacità di giudizio: gli strumenti aiutano, ma il discernimento non si delega».
Il cuore operativo, per Nava, è l’investimento sulle persone: senza formazione e coinvolgimento, la tecnologia non porta progresso, ma nuove disuguaglianze e nuovi ricatti. «La “rivoluzione della dignità del lavoro e della giustizia sociale”, ha concluso Nava, si misura su tre prove concrete: salario e stabilità, sicurezza e salute come cura e organizzazione del lavoro, partecipazione perché la dignità non è solo essere protetti, ma contare». E ha chiuso tornando alla casa comune: «se ci sono crepe, non serve gridare “è tutto finito”, serve dire “io mi faccio avanti”. Per la partecipazione, per un lavoro che metta al centro la persona, per un territorio che non espella. Perché «la bussola resta sempre una sola: le persone».






