L’Europarlamento approva il programma di difesa, ignorando l’appello delle Ong
In un periodo di grande instabilità economica, l’unica certezza è che tutti i Paesi stanno investendo in armamenti. Guardando la storia, la corsa al riarmo dovrebbe destare fortissime preoccupazioni, invece non solo non preoccupa ma è alimentata dal cinismo di parte del mondo politico e produttivo. Così, come evidenziano i nuovi dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), «i ricavi globali derivanti dal settore delle armi sono aumentati notevolmente nel 2024, grazie all’aumento della domanda dovuto alle guerre in Ucraina e a Gaza, alle tensioni geopolitiche globali e regionali e alla spesa militare sempre più elevata». La nuova cifra record raggiunta dalla vendita di armamenti da parte delle 100 maggiori aziende produttrici è di 679 miliardi di dollari. Le prime cinque nel 2024 hanno aumentato tutte i propri ricavi per la prima volta dal 2018. «Lo scorso anno i ricavi globali derivanti dal settore delle armi hanno raggiunto il livello più alto mai registrato» osserva il Sipri, un aumento di ricavi e nuovi ordini così rilevante da spingere molte aziende produttrici di armamenti «ad ampliare le linee di produzione e gli stabilimenti, a fondare nuove filiali o a effettuare acquisizioni».
Delle 26 aziende nella Top100 con sede in Europa (esclusa la Russia), 23 hanno registrato un aumento dei ricavi derivanti dal settore degli armamenti, con ricavi aggregati cresciuti del 13%, raggiungendo i 151 miliardi di dollari. Le quattro aziende tedesche in classifica hanno visto i loro ricavi complessivi provenienti da armamenti aumentare del 36%. Un aumento chiaramente «legato alla domanda derivante dalla guerra in Ucraina e alla minaccia percepita dalla Russia», con l’azienda ceca Czechoslovak Group che nel 2024 ha registrato il più elevato aumento percentuale dei ricavi da armamenti tra tutte le aziende della Top100: del 193%, raggiungendo i 3,6 miliardi di dollari. L’azienda attribuisce la maggior parte dei suoi ricavi all’Ucraina.
A livello globale, oltre ai grandi affari delle circa 40 aziende statunitensi presenti nella Top100, risultano in crescita anche i ricavi delle aziende di armamenti russe (+23%), nonostante le sanzioni e la carenza di manodopera, così come quelli delle aziende giapponesi (+40%) e sudcoreane (+31%), «grazie alla forte domanda europea e nazionale». Per la prima volta, poi, nove delle prime 100 aziende produttrici di armi sono mediorientali, con incrementi registrati anche dalle tre aziende di armamenti israeliane: «Molti Paesi hanno continuato a effettuare ordini alle aziende israeliane nel 2024. La crescente reazione negativa alle azioni di Israele a Gaza sembra aver avuto scarso impatto sull’interesse per le armi israeliane» commenta il Sipri.
La svolta militare del Parlamento europeo
Intanto, l’Europarlamento ha approvato nuove misure che favoriscono ulteriormente l’armamento dell’Ue, approvando il primo programma europeo per l’industria della difesa (Edip) che intende rafforzare la base tecnologica e industriale della difesa in Europa potenziandone le capacità, con uno stanziamento di 1,5 miliardi di euro di cui 300 milioni a favore dello strumento di sostegno per l’Ucraina. È stato approvato anche un fondo per «accelerare la trasformazione delle catene di approvvigionamento della difesa» (Fast), al quale andranno almeno 150 milioni di euro supplementari. Dai negoziati con il Consiglio, poi, l’Europarlamento ha ottenuto più fondi per l’Edip attraverso contributi aggiuntivi provenienti dallo strumento di azione per la sicurezza dell’Europa (Safe), mentre con il programma Edip gli Stati membri potranno anche riconvertire i fondi non spesi del dispositivo per la ripresa e la resilienza (in Italia Pnrr), utilizzandoli per progetti militari. Gli eurodeputati hanno inoltre sostenuto il principio “Buy European”, al fine di incentivare l’acquisto di prodotti per la difesa europei: per essere ammissibili ai finanziamenti, il costo dei componenti provenienti da Paesi terzi non associati non può superare il 35% del costo totale.
Le commissioni europarlamentari Trasporti e Difesa hanno poi proposto la creazione di uno “spazio Schengen militare”, rafforzato da una task force per la mobilità militare e da un coordinatore europeo per l’attuazione delle iniziative. Stati membri e Commissione dovrebbero così incrementare gli investimenti nelle infrastrutture di trasporto, adottare più soluzioni digitali e accelerare le autorizzazioni per i movimenti transfrontalieri. Il tutto, sostiene la bozza di risoluzione, per «facilitare il rapido movimento transfrontaliero di truppe, materiali e risorse in tutta Europa per essere pronti a resistere a una potenziale aggressione russa».
L’appello inascoltato di Stop Rearm Europe
Alla vigilia del voto sul programma Edip si erano rivolte al Parlamento europeo le oltre 800 organizzazioni della società civile europea che sostengono la campagna Stop Rearm Europe, chiedendo di «trasferire i fondi europei dalla guerra alla pace». Oltre a indebitare l’Europa e i suoi cittadini, «i piani di riarmo sottraggono risorse finanziarie, umane e politiche alla sicurezza umana, dalla prevenzione e dalla risoluzione pacifica dei conflitti e dalle grandi sfide che l’umanità deve affrontare, dal cambiamento climatico alla perdita di biodiversità o alla crisi sanitaria» sostengono le Ong, secondo cui «il piano ReArm Europe è destinato al fallimento perché rafforzerà l’insicurezza europea e globale, alimenterà la corsa globale agli armamenti – che a sua volta alimenta i conflitti armati – ed esacerberà il cambiamento climatico e il danno ambientale, data l’impronta di carbonio e ambientale delle forze armate».
L’Ue è però troppo «vulnerabile all’influenza indebita degli interessi delle imprese» e le politiche di riarmo non fanno eccezione, anzi: «I budget destinati alle attività di lobbying delle dieci maggiori aziende produttrici di armi sono aumentati del 40% tra il 2022 e il 2023. Solo nel 2025, la Commissione ha incontrato 89 volte i lobbisti dell’industria degli armamenti per discutere di riarmo e geopolitica, e solo 15 volte i sindacati, le Ong o gli scienziati sugli stessi argomenti. Nel frattempo, i membri del Parlamento europeo hanno incontrato la lobby delle armi 197 volte tra giugno 2024 e giugno 2025, rispetto alle 78 volte dei cinque anni precedenti». Il cosiddetto piano di “prontezza alla difesa” si riduce così «a sovvenzionare grandi aziende militari, spesso internazionali, a incrementare la produzione e ad aumentare le vendite di armi» denunciano le Ong, le cui richieste sono state totalmente ignorate dall’Europarlamento.
