Il Natale e il “dopo” delle guerre: quando la coscienza non ti lascia più in pace

Di Fabio Nava – Segretario Generale della CISL Lombardia

Ci sono Natali in cui potresti limitarti al rito: le luci, i brindisi, le tavole piene, gli auguri in serie. E poi ci sono Natali in cui qualcosa ti entra dentro e non ti lascia più la possibilità di vivere come prima. Quest’anno, per me, è così.

Prima di cominciare, vale la pena chiedersi un gesto semplice: per tre secondi non pensiamo a niente. Né alle opinioni, né alle bandiere, né ai commenti. Solo a una cosa: che la vita di una persona vale più della nostra comodità di restare neutrali. Perché ci sono parole che non chiedono applausi. Chiedono soltanto di non essere lasciate sole.

Scrivo con il cuore, ma senza retorica. Con quella sobrietà che si deve al dolore degli altri. E la sobrietà, a volte, è l’unico modo onesto di piangere insieme.

Ho letto la testimonianza di Shrouq Aila, giornalista di Gaza. E mentre fuori c’è aria di Natale, lei racconta una frase che ti disarma: quando arriva un cessate il fuoco, non finisce tutto. Inizia “un’altra guerra”. Quella del dopo. Il dopo è imparare a vivere nella distruzione, senza le persone amate, con la mente a pezzi, con il futuro che non si lascia afferrare.

Ecco: oggi vorrei stare lì, nel dopo. Perché il “dopo” è il punto in cui l’umanità si misura: quando non c’è più eroismo, non c’è più cronaca, non c’è più adrenalina. Resta solo la vita nuda. E perché il dopo è la parte che spesso non vediamo, non misuriamo, non contiamo. Ma è quella che decide se una società si rialza o si spezza.

Shrouq racconta di essere stata sfollata nove volte in due anni, con una figlia piccola. Racconta cosa significa perdere il marito, l’anima gemella, e poi dover continuare. Senza il tempo, persino, di piangere davvero. “Elaborare il lutto… è un lusso”, dice. E capisci che qui non stiamo parlando solo di geopolitica. Stiamo parlando di vita quotidiana: trovare un farmaco, un posto dove dormire, una scuola per tua figlia, un po’ di pace in testa.

E mentre si prova a sopravvivere nel dopo, la realtà resta fragile: confini chiusi, incertezza, aiuti insufficienti, tende allagate dalle piogge, normalità che diventa instabilità permanente.

C’è un passaggio che colpisce come un pugno: Shrouq dice che ci sono stati giorni in cui non riusciva a nutrire sua figlia, che cresce con cibo in scatola e “cibo spazzatura”, e lei si sente in colpa come madre. Questa frase dovrebbe fermarci tutti. Perché la colpa, quando sei costretto a vivere così, è una ferita aggiuntiva. È un veleno che ti rimane dentro.

E allora bisogna dirlo in modo semplice: nessun bambino dovrebbe imparare la vita dentro la paura. Nessuna madre dovrebbe sentirsi colpevole perché non riesce a fare l’unica cosa che la natura e l’amore le chiedono: dare da mangiare, proteggere, far crescere.

Le organizzazioni internazionali, in questi mesi, hanno usato parole durissime su ciò che accade ai più piccoli. Parlano di conseguenze devastanti su centinaia di migliaia di bambini, già traumatizzati ed esausti. E sul cibo, al netto delle classificazioni tecniche, il punto non cambia: i bisogni restano enormi, quotidiani, drammatici. Questo non è un “dettaglio umanitario”. È una prova di civiltà.

Poi c’è un’altra cosa, che come cittadini democratici dovremmo difendere con la stessa determinazione con cui difendiamo ogni diritto fondamentale: la verità. Shrouq dice: “il mio obiettivo è ridare umanità ai numeri che scorrono sugli schermi”. Perché i numeri, da soli, anestetizzano. Se non diventano volti, storie, nomi, rischiano di diventare rumore di fondo.

E la verità si difende anche proteggendo chi racconta. Le organizzazioni che monitorano la libertà di stampa denunciano un numero altissimo di giornalisti e operatori dei media uccisi dall’inizio dei conflitti. Quando muore chi documenta, non muore solo una persona: muore un pezzo di realtà condivisa. E senza realtà condivisa, la pace diventa propaganda.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedere: “Ma cosa c’entra tutto questo con noi? Con le nostre giornate, con il nostro lavoro, con la fatica di arrivare a fine mese?” C’entra. C’entra perché ciò che Shrouq racconta non è “solo” questa guerra: è la forma che assumono tutte le guerre, anche quelle dimenticate, anche quelle che non aprono i telegiornali. Ogni guerra ha il suo “dopo”: la vita nuda, la perdita, lo sfollamento, la fame, le cure che mancano, i bambini che crescono troppo in fretta, le madri che si sentono colpevoli, le comunità che provano a restare in piedi. Cambiano le mappe, non cambia la ferita. E se oggi nominiamo Gaza è perché qualcuno ci ha consegnato parole precise; ma l’appello è universale: non abituarsi mai al dolore degli altri, ovunque accada.

C’entra soprattutto a Natale. Perché il Natale, al netto di ogni fede, è la celebrazione di una cosa radicale: che la vita fragile conta. Che la dignità di chi nasce in un posto scomodo, povero, esposto, vale quanto quella di chi nasce al sicuro. Che non c’è pace vera se non c’è riconoscimento dell’altro.

E infatti questo testo mi ha scosso dentro proprio così: mi ha tolto la possibilità di fare un Natale da indifferente. Perché l’indifferenza è una coperta comoda, e il Natale rischia di diventare il momento perfetto per tirarla su fin sopra la coscienza: “almeno oggi lasciatemi in pace”. Ma certe parole non ti lasciano in pace. E forse è un bene.

Ci sono parole che dovrebbero tenerci in piedi: sicurezza, salario dignitoso, cura. Sono parole diverse, ma dicono la stessa cosa: “zero scorciatoie sulla vita”; “la persona non è un costo”; “nessuno si salva da solo”. Se queste parole hanno un senso, allora non possiamo essere indifferenti davanti a un pezzo di mondo dove la vita è ridotta a sopravvivenza, e dove il dopo è una prigione di macerie e assenze.

E lo dico anche per me: quando non sappiamo cosa dire, spesso diciamo troppo. Ma il dolore non chiede parole grandi. Chiede responsabilità.

Non esistono soluzioni facili. Bisogna diffidare delle frasi facili. Ma esistono cose giuste da chiedere, con fermezza e umiltà insieme: che il cessate il fuoco regga davvero, non solo a parole; che l’aiuto umanitario sia continuo, accessibile, sufficiente; che i civili siano protetti sempre, secondo il diritto umanitario internazionale; che gli ostaggi siano liberati e che ogni violenza contro innocenti sia fermata; che si apra finalmente una prospettiva politica vera, perché senza prospettiva il dopo diventa una condanna a tempo indeterminato.

E poi, a noi stessi, resta la richiesta più difficile: non abituarci. Perché l’abitudine è la forma più comoda dell’indifferenza. È il modo con cui la coscienza si difende, ma anche il modo con cui la coscienza si spegne.

Nel lavoro lo sappiamo: quando ti abitui all’ingiustizia, diventa norma. Quando ti abitui al rischio, l’infortunio diventa “incidente”. Quando ti abitui al precariato, la vita diventa attesa. E nel mondo è uguale: quando ti abitui alla guerra, il dolore degli altri diventa notizia. E la notizia, il giorno dopo, viene sostituita.

Io oggi non voglio sostituire niente. Voglio solo dire: guardiamo. Restiamo umani. Restiamo capaci di piangere e di agire. Capacità rare, oggi.

E se qualcuno, leggendo, pensa: “ma io cosa posso fare?”, la risposta è questa: non possiamo fare tutto, è vero. Ma possiamo fare una cosa decisiva: non spegnere il cuore per continuare a vivere comodi. Perché quando ci abituiamo al dolore degli altri, prima o poi ci abituiamo anche al nostro. E allora sì che perdiamo tutto.

Forse il Natale, quest’anno, è proprio questo: non un rifugio dall’umanità ferita, ma un richiamo a non smettere di essere umani. La bussola resta una sola: le persone. E oggi, più che mai, questa bussola va difesa come si difende una vita.