In linea con quanto già dichiarato dalla CISL nazionale, come CISL Lombardia offriamo una lettura territoriale a supporto. Riconosciamo l’impostazione complessivamente responsabile data alla Legge di Bilancio e pertanto chiediamo che diventi concreta, “fino all’ultimo chilometro”. Siamo dentro un contesto oggettivamente vincolato da crescita debole e regole europee: proprio per questo serve più confronto e corresponsabilità.
C’è una scelta che va nella direzione giusta: alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sostenere il ceto medio — a partire dal taglio della seconda aliquota IRPEF (35%→33%) — insieme a misure che premiano contrattazione, premi e strumenti legati alla produttività. È una traiettoria che condividiamo: i salari non crescono per magia, crescono quando i contratti corrono, quando la produttività è condivisa, quando la qualità del lavoro — sicurezza e formazione — entra negli accordi e nelle organizzazioni.
Detto questo, la Lombardia è un test molto esigente. Qui il costo della vita pesa più che altrove: casa, trasporti, servizi. Quindi il punto non è solo “la misura in legge”, ma l’effetto reale: quanto netto in più resta davvero, quanto si riducono le attese in sanità, quanto cala il numero degli infortuni nelle filiere. E fa la differenza anche la tenuta dei servizi di prossimità che aiutano persone e famiglie ad accedere ai diritti — pensiamo ai presìdi come CAF e Patronato: se si indeboliscono, a pagare non sono “le statistiche”, ma chi è più fragile.
Serve un’attenzione in più: misure che funzionano bene dove c’è contrattazione aziendale forte devono arrivare anche dove il lavoro è più frammentato — PMI, appalti, servizi. Non possiamo permettere che la distanza tra chi è coperto e chi è più fragile si allarghi. E una condizione è semplice: agevolazioni e incentivi devono premiare lavoro buono e contratti veri, contrastando dumping e contratti pirata.
Lo stesso vale per la credibilità complessiva: l’equità fiscale si costruisce con regole chiare e stabili e con un fisco che non penalizzi chi paga fino in fondo. Per questo non condividiamo scorciatoie come condoni o rottamazioni ripetute: capiamo le difficoltà, ma la giustizia fiscale non può trasformarsi in un messaggio sbagliato a chi rispetta le regole ogni mese.
Per questo, in coerenza con la linea nazionale, chiediamo un metodo: un Patto della responsabilità che metta insieme Governo, Regione, imprese e parti sociali e trasformi le leve della manovra in risultati verificabili — aprendo un confronto strutturale su salari, fisco, previdenza e welfare, a partire da scuola/università/ricerca e dalle scelte pensionistiche più delicate. Dentro questo confronto rientrano anche previdenza complementare e TFR, e le misure che riguardano in modo particolare le donne e i percorsi di uscita dal lavoro: capitoli che richiedono confronto vero.
Ecco allora tre obiettivi, chiari e pubblici, da misurare nel tempo usando anche le leve della manovra, insieme alle scelte regionali e alla contrattazione:
– Contratti e buste paga: rinnovi più rapidi, recupero del potere d’acquisto e aumento netto reale.
– Sanità: tempi d’attesa in riduzione e personale valorizzato — perché la fiducia si misura al CUP e in reparto; e qui il risultato non lo fa il comma, lo fa l’organizzazione, il personale, la gestione delle agende.
– Sicurezza: meno infortuni, con più prevenzione, formazione e controllo nelle filiere e negli appalti.
Se questi risultati arrivano, la manovra non sarà “solo contabilità”: sarà un passo concreto. Se non arrivano, avremo il dovere — con rispetto e senza propaganda — di correggere la rotta. La fiducia pubblica nasce quando le persone si sentono viste, ascoltate e rispettate; quando alle parole seguono gesti concreti e coerenti. È così che intendiamo riprendere il cammino per il 2026 ormai alle porte, e confermiamo fin da subito la nostra disponibilità a contribuire, con responsabilità, se ritenuto utile, a un monitoraggio regionale condiviso e trasparente dei risultati.
