L’Europa come scelta di responsabilità – Un dibattito che riguarda il lavoro

Nei giorni scorsi la Segretaria generale della CISL, Daniela Fumarola, ha richiamato con chiarezza un punto che non possiamo eludere: l’Europa non è un tema astratto, ma il livello decisivo in cui si giocano competitività, diritti, politica industriale e futuro del lavoro. È dentro questa linea che sento il dovere di rilanciare una riflessione; c’è una considerazione di Mario Draghi che sta riaprendo un confronto serio nel Paese: l’idea di un “federalismo pragmatico”, non come bandiera ideologica ma come strumento per rendere l’Unione europea capace di decidere. Dopo la stagione di Ursula von der Leyen, la questione non è chi occuperà una carica. La questione è se l’Europa saprà esercitare sovranità condivisa nei nodi strategici – industria, energia, tecnologia, difesa – oppure continuerà a muoversi a colpi di compromessi lenti mentre il mondo accelera.

Non è un dibattito per specialisti, è una questione che riguarda il lavoro. L’ordine globale si è frantumato, le filiere si ricompongono, la competizione tra Stati Uniti e Cina è industriale prima ancora che geopolitica. In questo contesto, un’Europa lenta e frammentata non è neutrale, è vulnerabile e quando è vulnerabile l’Europa, diventano vulnerabili le imprese e i lavoratori. Per questo il tema dell’integrazione europea va affrontato senza slogan. Non si tratta di “più Europa” in astratto, si tratta di un’Europa che sappia fare tre cose concrete: costruire una politica industriale comune, dotarsi di strumenti fiscali adeguati per investire, garantire standard sociali che impediscano concorrenza al ribasso.

Se il federalismo serve a rafforzare solo il mercato, non basta; se serve a rafforzare il lavoro dentro il mercato, allora diventa una scelta di civiltà. Il fatto che forze politiche diverse si dicano disponibili a discutere di una maggiore integrazione è un segnale interessante, ma la convergenza di principio non è ancora una direzione politica. Serve un confronto alto, non tattico, che chiarisca quale modello di Europa vogliamo.

Da sindacalista, la domanda è semplice: questa integrazione servirà a redistribuire produttività, a rafforzare la contrattazione, a investire in competenze? Oppure rischia di restare un esercizio istituzionale distante dalla vita concreta delle persone? In queste settimane, incontrando imprenditori e lavoratori lombardi, colgo una richiesta chiara: stabilità e prospettiva, energia competitiva, innovazione, ma anche salari adeguati al costo della vita. Se l’Europa non offre questo quadro, la tentazione del ripiegamento nazionale tornerà ad affacciarsi con forza. E sarebbe un errore storico. La Lombardia è uno dei motori manifatturieri d’Europa, qui le tensioni globali si avvertono prima che altrove. Se l’Europa resta fragile, la Lombardia paga. Se l’Europa diventa più capace di agire, la Lombardia può diventare laboratorio avanzato di una nuova fase: politica industriale europea declinata sui territori, partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche, contrattazione che lega produttività e salari.

Come CISL Lombardia sentiamo questa responsabilità. La legge sulla partecipazione non è un episodio isolato: è l’idea che la competitività non si costruisce comprimendo il lavoro ma coinvolgendolo. Per questo, il Patto della Responsabilità che stiamo costruendo in Lombardia vuole essere la declinazione concreta di questa visione: tradurre le scelte europee in risultati misurabili sui territori. Più investimenti qualificati, più formazione continua, più contrattazione di qualità, più partecipazione nei luoghi di lavoro. Non parole, ma verifiche pubbliche.

Il federalismo non è un fine, è uno strumento. E uno strumento o serve le persone oppure perde legittimità. La vera domanda non è quanta Europa vogliamo, la vera domanda è se vogliamo un’Europa capace di proteggere e valorizzare il lavoro nel tempo che viene. E se la risposta è sì, allora la responsabilità comincia adesso, anche da qui, anche dalla Lombardia.