C’è qualcosa di profondamente politico — nel senso più alto del termine — quando un Vescovo parla di lavoro e di speranza davanti a dirigenti sindacali. Non è un gesto rituale, non è una cortesia istituzionale, è il riconoscimento che il lavoro oggi è il punto in cui si decide la qualità della nostra democrazia.
Quando si dice che il lavoro è dignità, si rischia di usare una formula, ma la dignità non è un concetto astratto: è la possibilità concreta di vivere senza paura, di progettare una famiglia, di sentirsi parte di una comunità, di non essere scartati quando non si è più perfettamente produttivi.
Il punto è questo: la crisi che attraversiamo non è solo economica, è relazionale, è la frattura tra produzione e persona, tra efficienza e senso, tra crescita e giustizia. E allora la parola “speranza” diventa decisiva: non come sentimento, non come consolazione, ma come responsabilità organizzata.
Perché la speranza nel lavoro non nasce dalle narrazioni rassicuranti, nasce da regole giuste, da contratti rinnovati, da salari adeguati al costo della vita, da luoghi in cui le persone sono ascoltate quando cambiano i processi produttivi, nasce dalla partecipazione. Oggi il rischio più grande non è il conflitto, è l’indifferenza, è l’idea che le decisioni possano essere prese altrove — nei mercati finanziari, nei consigli di amministrazione globali, negli algoritmi — mentre la vita concreta delle persone diventa una variabile secondaria.
Ma un’economia che perde il volto umano non diventa più moderna, diventa più fragile. E qui la Lombardia ha una responsabilità particolare, non perché sia la locomotiva economica del Paese, ma perché è uno dei territori in cui il tessuto dei corpi intermedi è ancora vivo: sindacati, associazioni, cooperative, imprese radicate, comunità locali.
Se questo tessuto regge, regge la democrazia. Se si sfilaccia, si sfilaccia la fiducia. E senza fiducia non c’è investimento che tenga.
La vera sfida, allora, non è scegliere tra crescita e giustizia, è dimostrare che senza giustizia la crescita non è sostenibile, è dimostrare che la produttività, se non paga il lavoro, genera solo disuguaglianza. Che l’innovazione, se non è accompagnata dalla formazione e dalla partecipazione, produce esclusione. Che la competitività, se non redistribuisce valore, consuma il consenso sociale su cui si regge.
Il sindacato, in questo scenario, non è un soggetto del passato, è una delle ultime infrastrutture civili capaci di tenere insieme interessi diversi dentro una cornice di regole.
Non contro qualcuno, ma per qualcosa, per rimettere al centro la persona concreta, per trasformare la speranza in struttura, per evitare che la politica si riduca a propaganda e l’economia a tecnica.
Se oggi parliamo di Patto della Responsabilità, di partecipazione nei luoghi di lavoro, di contrattazione di qualità, non stiamo cercando formule nuove per vecchi problemi, stiamo cercando di dare forma istituzionale a quella intuizione semplice: il lavoro è il luogo dove si misura la civiltà di un Paese.
La speranza non è un sentimento fragile, è una scelta adulta e passa da qui, dal coraggio di dire che la dignità non è negoziabile, che la crescita deve avere un volto, che la democrazia economica non è un’utopia ma una necessità. Perché quando il lavoro perde senso, la società perde coesione, ma quando il lavoro torna ad essere relazione, responsabilità e partecipazione, allora il futuro non è più una minaccia, diventa una possibilità.
«Una giornata con l’Arcivescovo di Milano», FAI CISL Milano:
