“Sanità territoriale: il problema non è il contratto. È il tempo della cura”

C’è un dibattito che sta occupando la scena: i medici di famiglia devono diventare dipendenti o restare convenzionati? È una domanda legittima, ma non è quella decisiva. Perché mentre discutiamo di forme, il sistema mostra una fragilità più profonda: la medicina territoriale fatica sempre più a svolgere la sua funzione essenziale, che è prendersi cura delle persone nel tempo, non solo rispondere a prestazioni.

Oggi accade qualcosa che dovremmo avere il coraggio di dire con chiarezza: il tempo della cura si è ridotto e quello della burocrazia si è allargato.

Il medico di famiglia – che dovrebbe essere il primo riferimento clinico e umano – rischia di diventare un punto di passaggio amministrativo. E quando questo accade, non si impoverisce solo una professione, si indebolisce un intero pezzo di fiducia pubblica. Per questo la domanda giusta non è “che contratto vogliamo per i medici”, la domanda giusta è: che sanità vogliamo per le persone, quando ne hanno davvero bisogno? Se la risposta è una sanità di prossimità, allora dobbiamo intervenire dove oggi il sistema non regge: nell’organizzazione della cura. Significa restituire tempo clinico ai professionisti, liberandoli da carichi impropri, significa costruire équipe multiprofessionali vere, non semplici coesistenze di ruoli, significa integrare sanitario e sociale, perché la fragilità non è mai solo sanitaria. Significa passare da una logica di accesso episodico a una presa in carico continua, soprattutto per le persone più fragili e per le cronicità.

Le Case di Comunità possono rappresentare una svolta, ma a una condizione: che non siano solo nuove strutture, bensì nuovi modelli organizzativi. Perché senza un cambiamento reale del lavoro e dei processi, il rischio è di avere edifici nuovi con dentro logiche vecchie.

C’è poi un punto che non può essere aggirato: le riforme della sanità non funzionano quando vengono calate dall’alto. Servono professionisti coinvolti, territori ascoltati, responsabilità condivise. Serve partecipazione vera, non come parola, ma come metodo. E serve anche una capacità che troppo spesso manca: misurare ciò che conta davvero. La qualità della presa in carico, il tempo restituito alla relazione di cura, la continuità dell’assistenza.

Per questo la CISL non entra in una contrapposizione ideologica tra modelli contrattuali, entra nel merito della qualità della cura e dell’organizzazione del lavoro. Perché è lì che si decide se una riforma cambia davvero la vita delle persone oppure no. In fondo, il criterio è semplice. Una sanità si giudica così: quando stai male, trovi qualcuno che si prende cura di te, oppure no.

E quella risposta non dipende dalla forma del contratto, dipende dal tempo, dalla continuità, dalla responsabilità con cui il sistema sa accompagnare le persone. Se sapremo ripartire da qui, la riforma potrà diventare un’occasione reale di miglioramento. Altrimenti, rischieremo di cambiare le etichette, lasciando intatta la sostanza. E oggi la sostanza è questa: ridurre la distanza tra il sistema sanitario e la vita concreta delle persone. Perché farlo non è solo una scelta organizzativa, è una scelta di responsabilità pubblica

Fabio Nava – Segretario Generale della CISL Lombardia


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