2 giugno: non spettatori, ma cittadini

2 giugno: non spettatori, ma cittadini

Ottant’anni fa la Repubblica nacque dalla partecipazione. Oggi vive solo se torna a generare fiducia, lavoro dignitoso e comunità.

Ottant’anni fa l’Italia non scelse soltanto una forma di Stato, scelse un’idea di Paese.

Il 2 e 3 giugno 1946 milioni di italiani andarono a votare in un Paese ferito dalla guerra, dalla fame, dalle macerie, dalle divisioni. Eppure, proprio in quel momento così fragile, accadde qualcosa di enorme: uomini e donne decisero di affidare il futuro non alla forza, non alla paura, non all’uomo solo al comando, ma alla partecipazione democratica. Per la prima volta votarono anche le donne e forse non è un dettaglio storico, ma il simbolo più profondo della nascita della Repubblica: una democrazia diventa vera quando allarga la cittadinanza, quando include, quando riconosce dignità e voce a chi prima restava ai margini.

La Repubblica italiana nasce così, da un popolo che, dopo aver conosciuto la dittatura e la guerra, sceglie la responsabilità. E quella scelta continua a parlarci ancora oggi, perché il rischio più grande del nostro tempo non è soltanto economico, è civile. Viviamo in un’epoca attraversata da paure profonde: guerre vicine, transizioni tecnologiche, salari spesso insufficienti, giovani che faticano a progettare il futuro, solitudini sociali sempre più diffuse. E dentro tutto questo cresce una sensazione silenziosa ma pericolosa: l’idea che partecipare serva sempre meno.

È qui che il 2 giugno smette di essere una semplice celebrazione e torna ad essere una domanda: siamo ancora una comunità capace di sentirsi parte di un destino comune? Perché le Repubbliche non si indeboliscono soltanto quando vengono attaccate, a volte si consumano lentamente quando prevalgono il cinismo, l’indifferenza, la sfiducia reciproca. Per questo il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione dell’80° anniversario assume un significato così attuale, quando richiama la necessità di ricostruire fiducia tra istituzioni e cittadini, ci sta ricordando che la democrazia non vive di automatismi, vive di relazioni credibili, ascolto, prossimità, responsabilità condivisa.

Ed è una lezione che riguarda profondamente anche il mondo del lavoro, perché il lavoro non è soltanto produzione di reddito, è cittadinanza, è riconoscimento, è dignità, è il luogo dove una persona capisce se conta oppure no. Quando il lavoro diventa precario, povero, insicuro o invisibile, non si indebolisce soltanto l’economia, si indebolisce la democrazia. Ecco perché oggi parlare di Repubblica significa parlare di salari dignitosi, sicurezza, partecipazione, diritto alla casa, sanità accessibile, formazione, possibilità per un giovane di costruirsi una vita senza dover scegliere tra partire o rinunciare.

La Costituzione non nasce per garantire soltanto equilibrio istituzionale, nasce per rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di vivere pienamente la propria libertà e la propria dignità. Per questo la partecipazione non è un dettaglio tecnico, è il cuore stesso della nostra idea di società. Vale nella vita democratica del Paese, vale nei territori, vale nei luoghi di lavoro. La CISL ha scelto da tempo questa strada: meno tifoserie e più responsabilità, meno slogan e più contrattazione, meno conflitto sterile e più partecipazione concreta delle persone alle scelte che riguardano la loro vita e il loro lavoro.

Perché la Repubblica non si difende soltanto nelle cerimonie, si difende ogni volta che si costruisce fiducia, ogni volta che si ricuce una frattura sociale, ogni volta che una persona smette di sentirsi sola dentro il cambiamento.

Non è un caso che la fotografia simbolo della nascita della Repubblica non ritragga un generale, un ministro o un leader politico, ritrae una giovane donna, Anna Iberti, ventiquattrenne milanese, immortalata quasi per caso davanti all’obiettivo, come a ricordarci che la Repubblica è davvero sé stessa soltanto quando mette al centro le persone comuni.

Ottant’anni fa la Repubblica nacque tra le macerie materiali della guerra, oggi rischia di indebolirsi dentro rovine più silenziose: la solitudine sociale, il lavoro che non basta a vivere, la sfiducia, l’idea che partecipare non serva più. Per questo il 2 giugno non può essere soltanto memoria, deve tornare ad essere una scelta. La scelta di non lasciare indietro nessuno, la scelta di tenere insieme libertà e solidarietà, la scelta di costruire un Paese in cui una persona non valga per quanto produce, ma per il fatto stesso di esserci.

Ottant’anni dopo, la Repubblica ci chiede ancora la stessa cosa che chiese allora: non spettatori, ma cittadini“.

Fabio Nava – Segretario Generale della CISL Lombardia