Persona, partecipazione, responsabilità: la CISL Lombardia rilegge la Dottrina sociale davanti alle sfide del lavoro che cambia

Persona, partecipazione, responsabilità: la CISL Lombardia rilegge la Dottrina sociale davanti alle sfide del lavoro che cambia

Non una lezione accademica, non una celebrazione nostalgica, ma un momento di sosta, ascolto e discernimento per interrogare il senso più profondo dell’azione sindacale oggi. Si è svolto giovedì 2 luglio 2026 a Fara Gera d’Adda (BG) l’incontro di approfondimento promosso dalla CISL Lombardia dedicato alla Dottrina sociale della Chiesa e al suo rapporto con l’identità, la responsabilità e il futuro del sindacato. Una giornata di confronto vissuta come comunità dirigente, con il contributo della professoressa Simona Beretta e del professor Aldo Carera dell’Università Cattolica, insieme alle riflessioni dei Segretari Generali delle UST e delle Federazioni Regionali.

Ad aprire e concludere i lavori è stato Fabio NavaSegretario Generale della CISL Lombardia, che ha voluto chiarire fin dall’inizio il senso dell’iniziativa: non aggiungere un appuntamento all’agenda dell’organizzazione, ma fermarsi su una domanda decisiva. «Che cosa significa oggi, nel 2026, dire che la nostra azione sindacale mette al centro la persona?», ha chiesto Nava. «Parliamo spesso di centralità della persona, dignità del lavoro, partecipazione, responsabilità, comunità, autonomia, giustizia sociale. Sono parole importanti, sono parole nostre, sono parole vere. Ma proprio perché sono vere, non possiamo lasciarle diventare abitudine».

Da qui la scelta di proporre un confronto libero, non ideologico, capace di andare oltre le formule già note. La Dottrina sociale della Chiesa è stata richiamata non come etichetta identitaria né come appartenenza obbligata, ma come sorgente di pensiero, discernimento e responsabilità, nel pieno rispetto dell’aconfessionalità della CISL: «la CISL ha scelto l’aconfessionalità», ha ricordato Nava. «E questa scelta non è mai stata indifferenza rispetto alle grandi ispirazioni morali, spirituali e culturali che hanno nutrito la nostra storia. È stata una scelta di libertà: libertà della persona, dell’organizzazione, della coscienza». Per questo, ha aggiunto, la Dottrina sociale non va ridotta a patrimonio da citare, ma riconosciuta come una domanda viva: «se la prendiamo sul serio, non impone risposte, pone domande. Domande sull’uomo, sul lavoro, sulla giustizia, sulla libertà, sulla dignità, sulla comunità. Domande sul modo in cui una società decide chi conta e chi rischia di essere lasciato ai margini».

Il confronto si è sviluppato a partire da una triplice consegna metodologica: guardare indietro, guardare intorno, guardare al futuro. Guardare indietro non per rifugiarsi nella nostalgia, ma per comprendere le radici che hanno permesso alla CISL di essere non solo un’organizzazione contrattuale, ma una comunità di persone libere e responsabili; guardare intorno per leggere le “cose nuove” del nostro tempo: l’intelligenza artificiale, le transizioni ambientali e tecnologiche, il lavoro che cambia, la solitudine che cresce, i giovani che faticano a costruire futuro, la casa come nuova questione del lavoro, la sanità territoriale, la non autosufficienza, la partecipazione invocata molto e praticata troppo poco; guardare al futuro non con paura, ma con responsabilità, immaginazione e coraggio.

Le relazioni della professoressa Beretta e del professor Carera hanno offerto alla discussione due prospettive complementari: da un lato, la consapevolezza dell’interdipendenza che attraversa la società contemporanea e chiede al sindacato di leggere la complessità delle esigenze umane; dall’altro, il richiamo alla lezione di Mario Romani, alla coscienza personale, alla coerenza tra ciò che si pensa, ciò che si dice e ciò che si fa.

Proprio da Romani è emersa una delle questioni più esigenti della giornata: una grande organizzazione vive non solo delle idee che proclama, ma dei comportamenti quotidiani delle persone che la abitano. «Ogni responsabilità sindacale, piccola o grande che sia, porta con sé una domanda silenziosa», ha sottolineato Nava. «Il mio modo di stare nel ruolo aiuta le persone a sentirsi più libere, più ascoltate, più partecipi, oppure rischia di far pesare l’organizzazione più della persona?». È qui che la riflessione sulla Dottrina sociale è diventata immediatamente sindacale e organizzativa: per la CISL Lombardia, mettere al centro la persona non significa soltanto difenderla nei tavoli, nei contratti e nelle vertenze, ma rispettarla anche nel modo in cui si decide, si ascolta, si costruiscono relazioni e si vive il potere affidato come servizio.

Nelle conclusioni, Nava ha richiamato la necessità di continuare a imparare il senso profondo della rappresentanza: «rappresentare non è un’abilità che si impara una volta per sempre, bisogna imparare sempre a rappresentare». Il dirigente sindacale, ha spiegato, non è soltanto chi rappresenta interessi, ma chi educa alla rappresentanza, costruendo le condizioni perché le persone imparino a dare forma alla propria voce, ai propri bisogni, alla propria dignità e alla propria partecipazione. In questa prospettiva, anche il rapporto tra generazioni non può essere ridotto a semplice ricambio anagrafico, ma va vissuto come ponte generazionale tra esperienza e futuro: «una comunità non nasce quando molte persone stanno nella stessa stanza», ha affermato Nava. «Nasce quando qualcuno si sente ascoltato, riconosciuto, atteso. Iscritto o sindacalista che sia, nasce quando le persone trovano un luogo, un tempo e una parola per non sentirsi sole».

Un passaggio centrale ha riguardato anche il rapporto tra produttività e dignità. Per Nava, la sfida moderna non è scegliere tra efficienza e persona, ma costruire una produttività che nasca dalla partecipazione, dalla formazione, dal riconoscimento e dalla valorizzazione del lavoro: «oggi la questione non è scegliere tra produttività e dignità», ha dichiarato. «La vera domanda è come costruire una produttività che nasca dalla dignità della persona, dalla partecipazione e dalla valorizzazione del lavoro. Non una produttività contro le persone, che consuma legami, tempi, corpi, vite, ma una produttività che nasce da persone più coinvolte, più formate, più riconosciute, più partecipi, più libere di portare intelligenza e responsabilità nel lavoro». Da qui una sintesi che richiama direttamente il cuore del metodo CISL: il conflitto esiste, le ingiustizie esistono, le disuguaglianze esistono, ma non possono diventare un fine. Devono essere trasformate in costruzione sociale. «Il conflitto deve diventare contrattazione, la protesta deve diventare proposta, la denuncia deve diventare costruzione, la rappresentanza deve diventare partecipazione, la centralità della persona deve diventare comportamento quotidiano». Per questo, ha concluso Nava, la Dottrina sociale della Chiesa non ha reso la CISL un sindacato confessionale, ma ha contribuito a renderla un’organizzazione capace di considerare «la persona più importante dell’organizzazione, il servizio più importante del potere, la responsabilità più importante del consenso».

L’incontro di Fara Gera d’Adda non vuole restare un episodio isolato. La CISL Lombardia intende dare seguito al confronto con un percorso di approfondimento in autunno, capace di collegare le sollecitazioni emerse al Magistero più recente e alle grandi questioni del lavoro contemporaneo: intelligenza artificiale, partecipazione, democrazia economica, solitudine, cura, comunità, produttività, dignità, salari, sviluppo e giustizia sociale. In questa direzione, Nava ha rivolto alla professoressa Beretta e al professor Carera l’invito a continuare ad accompagnare il cammino avviato: «perché se oggi abbiamo parlato di Dottrina sociale della Chiesa, non lo abbiamo fatto per guardare indietro, lo abbiamo fatto per capire meglio il presente e forse anche per chiederci, con semplicità ma senza paura, quale profondità culturale, morale e civile vogliamo dare alla nostra azione sindacale».

«Alla fine», ha concluso il Segretario, «il compito più alto del sindacato resta questo: aiutare la persona a non sentirsi sola davanti ai cambiamenti della storia. Se ripartiamo da qui, non stiamo tornando al passato, stiamo provando, insieme, a guardare con speranza più lontano».