Cinema e lavoro – 7 minuti

Cinema e lavoro – 7 minuti

Un film di Michele Placido (Italia, 2016)

Milano, 21.6.2022

Regia: Michele Placido – Sceneggiatura: Michele Placido, Stefano Massini, Toni Trupia – Fotografia: Arnaldo Catinari – Montaggio: Consuelo Catucci – Musiche: Paolo Buonvino – Interpreti: Cristiana Capotondi, Violante Placido, Ambra Angiolini, Ottavia Piccolo, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Clémence Poésy, Sabine Timoteo, Anne Consigny, Giada Prandi – Produzione: Goldenart Production, Manny Films, Ventura – Film Distribuzione: Koch Media – Durata: 88 min.

Un’azienda tessile viene acquisita da una multinazionale estera. La nuova proprietà sembra intenzionata a non effettuare licenziamenti ma chiede alle operaie di firmare una particolare clausola che prevede la riduzione di 7 minuti dell’orario di pranzo. Lo sviluppo del dibattito fra le operaie porterà ognuna di essa a una fase di profonda riflessione, arrivando fino a mettere l’una contro l’altra durante la fase di approvazione della nuova clausola del contratto di lavoro. Le vite delle protagoniste, con le proprie travagliate vicende personali, simboleggiano le difficoltà verosimili e riscontrabili nell’ambiente lavorativo contemporaneo, quali la mancata denuncia di molestie sessuali sul posto di lavoro (ad opera del datore), la disabilità, la maternità, il mantenimento della famiglia con uno stipendio da operaio e la difficoltà di rifiutare restrizioni a quelle libertà che spettano di diritto sul posto di lavoro a causa della paura del licenziamento.Il film si svolge nell’arco di un’intera giornata, partendo dalla routine mattutina delle protagoniste e arrivando alla sera, quando finalmente le operaie arrivano ad una decisione non senza difficoltà.

Basato su un episodio vero, avvenuto in Francia, dove le dipendenti di una fabbrica in crisi dovevano scegliere tra conservare i loro diritti di lavoratrici o metterli in secondo piano rispetto al loro contratto di lavoro. Michele Placido gira un film che supera il tema della pura contrattazione per inserire le problematiche personali di un gruppo di lavoratrici di fronte alla crisi. Un film sulla rappresentanza sindacale ma anche sulla condizione del lavoro femminile.

LA CRITICA
La paura è entrata nelle vostre vite. È con questa frase che un’operaia africana ricorda alle sue colleghe di una fabbrica italiana cosa voglia dire pensare alla sopravvivenza, agendo d’istinto, senza il lusso di andare troppo per il sottile sulla tutela dei diritti acquisiti. È il modo attraverso il quale Stefano Massini – ispirandosi a una storia vera accaduta in Francia per la sua pièce teatrale e ora adattandola con Michele Placido per il cinema – cerca di sintetizzare in 7 minuti il nostro mondo del lavoro visto dall’esterno. Una linea di demarcazione che divide un gruppo di undici operaie chiamate a decidere se accettare la proposta della nuova proprietà francese dell’azienda tessile di provincia in cui lavorano, alcune di loro da decenni. Una piccola rinuncia, quei 7 minuti di riduzione della loro pausa del titolo. Ma per la decana Ottavia Piccolo possono essere la crepa che anticipa il cedimento di chi sarà poi pronto ad accettare sempre maggiori rinunce.
Placido mette in scena undici figure femminili dalle storie molto diverse, affidando la guida carismatica all’unica attrice presente anche nella versione teatrale, la stessa Piccolo. La struttura ricorda La parola ai giurati, così come le discussioni che portano a cambiare continuamente il risultato delle votazioni. Qui la disperazione è acuita dal fatto che la decisione non solo deciderà delle loro vite professionali, in periodo di grande crisi e difficoltà nella riconversione, ma anche quella delle altre trecento dipendenti. Ci sono alcune straniere, donne più anziane o giovani, alcune abituate a un regime di tutele conquistato negli anni dei successi del movimento operaio, altre che per mantenere il posto di lavoro farebbero di tutto, cedendo senza pensarci: soprattutto le più giovani e chi viene da paesi a minor tutela.
Uno spaccato rappresentativo della società contemporanea al femminile. Proprio in questo affidarsi eccessivamente meccanico agli archetipi risiede uno dei difetti principali del film, gravato da un didascalismo che appesantisce una dinamica già di suo grondante potenza drammaturgica. Molto più convincente è il lavoro sulle interpretazioni, sanguigne e sincere, come una sorprendente Fiorella Mannoia, all’esordio come attrice.
7 minuti rivendica il suo essere fuori dal tempo, ostinatamente morale e riflessivo, così come chiede la loro portavoce: non fermarsi alle apparenze di una lotta sindacale ormai sclerotizzata e concentrata sul breve, se non brevissimo periodo. Impone una strategia più ampia, rivendica il valore del dialogo guardandosi negli occhi, trovando nella forza aggregante del gruppo il coraggio di superare la paura individuale. (Mauro Donzelli – ComingSoon)

Impossibile non pensare, oltre a La parola ai giurati, a Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne, ed è proprio al cinema dei Dardenne, ma anche a quello di Ken Loach e Stéphane Brize, che Michele Placido guarda nell’adattare per il grande schermo questa storia di dignità messa in pericolo dalle dinamiche economiche e da quella legge del mercato in nome della quale si compiono oggi le peggiori nefandezze. 7 minuti è ispirato ad una storia vera così come lo era Due giorni, una notte, anche se entrambe le vicende accadevano oltralpe. Ed è proprio perché possano accadere anche nel nostro Paese che Placido costruisce una storia di ordinaria indignazione, è per scuotere le coscienze, in particolare quelle dei più giovani, che imbraccia la cinepresa con l’aiuto di Arnaldo Catinari, che per una volta abbandona la sua fotografia luminosa per riempire di pieghe e di ombre i visi delle protagoniste, e della musica “esaltante” di Paolo Buonvino. Il montaggio serrato di Consuelo Catucci dà ritmo ad una storia che tiene il pubblico sulle spine come un courtroom drama. 7 minuti mostra il fianco nella sottolineatura eccessiva di alcune scene: l’esplosione di rabbia di Greta, la mozzarella “zinna” offerta in pasto ai dirigenti (perfetta in un film di Marco Ferreri, non in un lavoro “alla Dardenne”), il lancio della fede nel cestino. Ma resta un film importante perché mette sul piatto, sic et simpliciter, il tema dell’erosione dei diritti dei lavoratori, delle donne, di ogni essere umano in balia di quella compravendita selvaggia in cui le richieste della proprietà sono in realtà condizioni cui non si può dire di no. E si fa presto a perdere tutto se si abbassa la guardia, anche solo per sette minuti. (Paola Casella MyMovies)