Cinema e lavoro – Le confessioni

Cinema e lavoro – Le confessioni

Un film di Roberto Andò (Italia Francia 2016)

Milano, 15.7.2022

Regia: Roberto Andò Sceneggiatura: Roberto Andò, Angelo Pasquini Fotografia: Maurizio Calvesi Montaggio: Clelio Benevento Interpreti: Toni Servillo, Connie Nielsen, Pierfrancesco Favino, Daniel Auteuil, Lambert Wilson, Richard Sammel, Marie-Josée Croze, Moritz Bleibtreu, Togo Igawa, Johan Heldenbergh, Andy de la Tour, John Keogh, Aleksey Guskov Produzione: Bibi Film TV, Barbary Film, Rai Cinema Distribuzione: 01 Distribution Durata: 100 min

Siamo in Germania, in un albergo di lusso dove sta per riunirsi un G8 dei ministri dell’economia pronto ad adottare una manovra segreta che avrà conseguenze molto pesanti per alcuni paesi. Con gli uomini di governo, ci sono anche il direttore del Fondo Monetario Internazionale, Daniel Roché, e tre ospiti: una celebre scrittrice di libri per bambini, una rock star, e un monaco italiano, Roberto Salus . Accade però un fatto tragico e inatteso e la riunione deve essere sospesa. In un clima di dubbio e di paura, i ministri e il monaco ingaggiano una sfida sempre più serrata intorno al segreto. I ministri, tra loro quello italiano sospettano infatti che Salus, attraverso la confessione di uno di loro, sia riuscito a sapere della terribile manovra che stanno per varare, e lo sollecitano in tutti i modi a dire quello che sa. Ma le cose non vanno così lisce: mentre il monaco – un uomo paradossale e spiazzante, per molti aspetti inafferrabile – si fa custode inamovibile del segreto della confessione, gli uomini di potere, assaliti da rimorsi e incertezze, iniziano a vacillare.

Un film sull’economia come bene comune e sul tempo. L’economia come scienza inesatta con i suoi dubbi ed il tempo come denaro o qualcosa che va vissuto senza doverlo trasformare in profitto. Forse troppo metafisico e psicanalitico con qualche buco di sceneggiatura ma comunque sempre interessante.

LA CRITICA

Dopo il successo di Viva la libertà, Roberto Andò affronta l’habitat politico-economico collocando i suoi personaggi nel pieno centro della scena, ma anche costringendoli in una sorta di laboratorio di osservazione suddiviso in loculi. Gli otto ministri formano il pantheon della contemporaneità occidentale, e come gli dèi dell’Olimpo sono fallibili e fallati, dunque le loro decisioni hanno spesso ricadute nefaste sui mortali. Quando il loro Zeus viene a mancare scoprono di non avere né una guida né una direzione, e ognuno comincia a reagire alla presenza del monaco portando alla coscienza (è il caso di dirlo) quel dubbio che ha fino a quel momento negato per obbedire alle leggi dell’economia e alla ragion di Stato, anche dopo che la sovranità nazionale si è arresa alla sottomissione al Fondo monetario. Siamo in zona Todo modo ma anche nella cornice dechirichiana de Il divo: pochi potenti in uno spazio asettico e confinato chiamati a confrontarsi con la dimensione etica del proprio ruolo, in un resort lussuoso e alienante che ricorda l’albergo termale di Youth, ma in cui il rapporto trompe l’oeil fra interni ed esterni – che è come dire fra interiorità ed esteriorità – richiama anche la residenza isolana de L’uomo nell’ombra.
La messinscena racconta una dimensione metafisica che a ben guardare non riguarda né la politica né l’economia e nemmeno la religione o l’arte, incarnate simbolicamente dai tre ospiti estranei al G8: il terreno di gioco è quello etico e Salus, diversamente dal Don Gaetano di Todo Modo, non ha i toni dell’inquisizione e non sollecita le confessioni di nessuno, ma si limita a raccogliere lo spaesamento di questi potenti del nulla, incapaci di portare i propri paesi fuori dalla crisi, o anche solo di confessare pubblicamente la propria inadeguatezza. Salus fa da cartina di tornasole dei dubbi e dei rimorsi di tutti, e i personaggi, né più né meno dei luoghi che attraversano, entrano ed escono da se stessi in un continuo gioco di sovrapposizioni e successivi disallineamenti fra (presa di) coscienza e reiterazione di un ruolo preconfezionato dalla Storia.
La regia di Andò è nitida e squadrata, racconta un mondo inerte persino nell’emergenza, muove le sue pedine in un tempo sospeso che diventa immateriale non perché “variabile dell’anima” ma perché non rivendicabile nemmeno da chi mette a punto gli orologi che segnano il ritmo di vita del resto del mondo. Salus, che si è congedato dall’universo materiale e dalla sua (presunta) codificazione matematica, diventa con la morte di Roché la “lettera d’addio” del capo degli dèi: una lettera da non aprire, impedendo a quel “grido dell’anima” che è ogni confessione il suo sfogo. Da un punto di vista cinematografico, l’immobilismo che Andò racconta rallenta la narrazione luminosa e poetica: chissà se lo spettatore medio saprà sincronizzare il proprio tempo interiore a quello dilatato della storia narrata.
Il cast di Le confessioni asseconda la visione metafisica e stupefatta del suo regista: Toni Servillo è un catalizzatore morale passivo e sibillino, Pierfrancesco Favino un ministro agìto dal suo ruolo e condannato ad essere estraneo a se stesso. Nessuno scambio verbale è spontaneo perché ogni frase è un testamento, ovvero una confessione. Ma per questi dèi condannati a governare il caos non c’è assoluzione, solo la possibilità di compiere una presa d’atto della propria intrinseca manchevolezza. (Paola Casella –MyMovies)

Germania, oggi. In un albergo di lusso sta per riunirsi un G8 dei ministri dell’economia che, si dice, varerà una manovra con conseguenze molto pesanti sui bilanci di alcuni paesi. Arrivano uomini e donne di governo da tutto il mondo con il direttore del Fondo Monetario Internazionale il francese Daniel Roche,e ci sono tre ospiti tra cui un italiano un po’ particolare, il monaco Roberto Salus. Ben presto accade qualcosa che spariglia le carte del summit…
Roberto Andò è nato a Palermo nel 1959, è regista e autore di messe in scena teatrali e sceneggiature. Lo si può inserire in quelle generazione di mezzo del cinema italiano che si è fatta largo agli inizi degli anni ’80 con numerosi punti di contatto con la letteratura. Forse quell’evento iniziale che non diciamo indirizza il film verso i due territori più consoni e vicini alla sensibilità di Andò: incertezza, paura, dubbio da un lato, etica e filosofia dall’altro. Nell’unico ambiente, vasto e dilatato, dell’albergo, i rapporti tra i presenti cambiano profondamente in un clima di attesa che configura proprio i passaggi del thriller.
Tra dialoghi rarefatti e incompiuti, si parla anche di economia. Ma tutto appare dominato dalla presenza solenne e ieratica di Salus, che più dei fatti, suggerisce modi di fare, e indica atteggiamenti da tenere. Una sensazione di sotterfugi domina nelle stanze dell’albergo, insieme alla impressione che ci si muova in una atmosfera rarefatta e metafisica, affidata a personaggi smarriti e quasi persi. Che insomma il realismo della storia sia pronto a lasciare spazio alla metafora, alla citazione non sempre decodificabile, alla frase detta per significare altro.
Un forte riflessione morale guida l’azione per un film ambizioso e intenso. Al centro del quale campeggia Toni Servillo nel ruolo del monaco Salus, figura affilata e tremendamente seria, che richiama ad un destino dell’uomo che esca dalla logica del profitto e guidi l’umanità verso più nobili ideali. Tra i personaggi intorno, spiccano Pier Francesco Favino, misurato come sempre e Daniel Auteuil, a sua volta inquieto e enigmatico. (Massimo Giraldi – Cinematografo.it)

“Sembra di respirare un’aria familiare nell’ultimo film di Roberto Andò, ‘Le confessioni’. (…) Non si può non pensare a ‘Todo modo’ e più in generale alle atmosfere sciasciane, con i loro nomi tronchi, i loro gialli senza soluzione, i loro legami con la politica, la storia, la cronaca. Il problema è che, subito dopo, il confronto risulta impari, soffocante, anche ingiusto per un autore (Sciascia) che aveva saputo distillare in una personalissima forma di realismo metafisico le sue angosce e le sue rabbie (e delusioni). Andò invece mette in campo ambizioni più alte – addirittura l’economia mondiale e i suoi burattinai – e finisce per non reggere il gioco, dimenticando la misura dell’apologo (alla Voltaire, alla Swift) che con il suo intreccio tra satira e allegoria aveva fatto la forza del precedente e decisamente più riuscito ‘Viva la libertà’. Qui, invece, la sceneggiatura (del regista e di Angelo Pasquini) finisce per cadere nella trappola di un generico complottismo moralista, dove non c’è niente da scoprire e la tesi di partenza (i responsabili dell’economia mondiale sono il male, a priori) toglie forza al film perché talmente rigida da non permettere alcuna possibile evoluzione. (…) il film abbandona la più tradizionale strada del realismo cronachistico per imboccare quella del mistero complottista. Ogni tanto il film mostra squarci in flash back della misteriosa confessione notturna, ma più che spiegare sembrano messi lì per confondere. E la messa in scena, con i suoi lenti movimenti di macchina e le inquadrature che cancellano ogni fuga prospettica a favore di un’immagine statica e frontale, sembra guidata proprio dalla voglia di aumentare il mistero e l’insondabile. (…) un quadro che finisce per rivelare solo la propria maniera, come la recitazione fin troppo sottolineata che Andò sembra aver imposto a Servillo.” (Paolo Mereghetti, ‘Corriere della Sera’, 18 aprile 2016)

“Un dramma cui ha posto mano, per il testo (con Angelo Pasquini), Roberto Andò che si è poi incaricato di rappresentarlo con la sua regia dopo le belle prove che ci aveva dato al cinema con il film d’esordio, «Il manoscritto del principe», e il recente con «Viva la libertà» dal suo romanzo «Il trono vuoto». Qui è riuscito genialmente a costruire tutta l’azione in climi sospesi e in cifre in cui a prevalere sono i misteri e gli interrogativi senza risposte. Li sostiene una struttura narrativa quasi a mosaico, volutamente senza ordine cronologico, i cui tasselli vanno via via ricomposti nel corso dell’azione senza però rivelare mai – come in un giallo – quello che si nasconde fra le sue pieghe. Mentre i personaggi, ma soprattutto il monaco, e il direttore del Fondo Monetario, acquistano via via precisi contorni psicologici, senza che le opinioni rigorose del monaco intralcino con indulgenze perla retorica, la novità narrativa e drammatica del personaggio, in parallelo attento e meditato con quelle del suo interlocutore evidenziate abilmente solo quel tanto che basta a spiegarne le caratteristiche più profonde. Le sottolineano due splendide interpretazioni, quella del nostro sempre più grande Toni Servillo nei silenzi del monaco, quasi ricamati sulla mimica, e quella di Daniel Auteil, mai cinico nel personaggio invece segretamente cinico dello spietato economista. Li viviseziona entrambi il felicissimo e molto sottile commento musicale di Nicola Piovani, ai limiti della psicanalisi.” (Gian Luigi Rondi, ‘Il Tempo’, 18 aprile 2016)

“Dopo l’ispirato ‘Viva la libertà’, Roberto Andò gioca ancora la carta del ‘fool’ come strumento capace di scardinare i misteri del Potere. Con varie differenze. Primo: ne ‘Le confessioni’ non si officiano i riti (pubblici) della politica ma quelli ancora più gelidi dell’economia, che specialmente in questi anni non chiede il consenso degli elettori ma vola inflessibile sopra le loro teste. Secondo: il ‘fool’, ancora una volta l’ammirevole Toni Servillo, stavolta non è un ‘matto’ sapiente ma un sapiente e basta. (…) Terza differenza: la struttura quasi da thriller. Un thriller metafisico (…) in cui colpe e delitti restano da provare, ma si ragiona molto su tutto. Sul potere, sulla bellezza, sul tempo (…). E sul segreto, il segreto come arma essenziale di ogni potere, materiale e spirituale. Il segreto che è il motore di ogni giallo e il centro di questa ‘conversation piece’ piena di idee ma avara di personaggi a cui appassionarsi, esclusi in parte i due citati. (…) Peccato perché il segreto, nelle sue nuove declinazioni, è un soggetto inesauribile oltre che centrale (…). Ma esige personaggi meno astratti. E forse un robusto pizzico di follia in più.” (Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 21 aprile 2016)

“Roberto Andò è dotato di una classe indiscutibile di regia e il congegno messo in moto dall’impostazione di «Le confessioni» inizialmente lo conferma. Circola una rarefatta atmosfera polanskiana, in effetti, nel gioco delle angolature di ripresa e dei piani alternati delle inquadrature che definiscono lo scenario del film (…). L’approccio stilistico sembra rendere, in effetti, plausibile l’originalità dello spunto narrativo (…). Finché il film prima aderisce al finto equilibrio raggiunto da personalità così onnipotenti e poi inizia a vacillare in seguito al tragico evento che innesca uri aspra battaglia sulla custodia da parte di Salus del segreto di un’imprevedibile confessione, lo spettatore è messo in grado di apprezzare l’armonia della claustrofobica partitura; anche se bisogna precisare che gran parte del suddetto effetto discende dalla versione multilingue in cui (al contrario di quanto succederà nella versione appiattita dal doppiaggio) funziona un vero e proprio sistema tonale. Il corpo «sonoro» dei dialoghi – da applausi, in particolare, quello in francese tra Auteuil e Servillo – produce in pratica una serie di altri suoni concomitanti che connettono gli elementi e il senso dell’apologo. Purtroppo, però, a poco a poco l’intreccio mystery- che a un certo punto costeggia l’angosciosa sospensione tra reale e metafisico di «Una pura formalità» – non basta più a se stesso e servendosi della temeraria identificazione di Salus con un nuovo San Francesco (…) spalanca la porta a una sequela di metafore di un imbarazzante semplicismo etico-politico. (…) Ogni scatto emotivo risulta troncato e la staticità del ritmo non riesce più a rammendare i buchi di sceneggiatura che sembrano rimandare alle teorie del complotto descritte da Umberto Eco in ‘Il pendolo di Foucault’. Persino Servillo, la cui magica percezione del testo non ha rivali sul palcoscenico, paga in questo caso il prezzo richiesto da un cinema che a un certo punto sembra accontentarsi di procedere in bilico sugli aforismi, le frasi fatte e le citazioni a effetto.” (Valerio Caprara, ‘Il Mattino’, 21 aprile 2016)

“II testo che per certi aspetti il nuovo film di Roberto Andò rievoca più da vicino è ‘Todo Modo’ di Sciascia: ma di certo il cineasta palermitano, da uomo di cultura qual è, per costruire la figura del suo protagonista ha tratto ispirazione da svariate altre opere, e senz’altro dalle ‘Confessioni di Sant’Agostino’. (…) Sorta di thriller metafisico, ‘Le confessioni’ non sempre trova il giusto equilibrio di toni fra astrazione e realtà; e forse avrebbe tratto giovamento da una maggiore asciuttezza di dialoghi e situazioni. Ma Andò, ben coadiuvato da Maurizio Calvesi (fotografia) e Nicola Piovani (musica), si conferma cineasta di sicura classe formale, capace di svariare con finezza fra sospesa ambiguità e ironia; e Servillo modula il personaggio da par suo conferendogli fascino e spessore. Quanto all’idea della forza spirituale come baluardo ultimo di resistenza, come non condividerne il libertario anarchismo?” (Alessandra Levantesi Kezich, ‘La Stampa’, 21 aprile 2016)