Euronote gennaio 2026 | L’Annus Horribilis dell’amministrazione Trump

Il continuo attacco ai diritti fondamentali denunciato da Amnesty International

«Stiamo assistendo a una pericolosa traiettoria che ha già prodotto un’emergenza dei diritti umani» sostiene Amnesty International in un nuovo Rapporto dedicato alla situazione degli Usa dopo un anno di presidenza Trump. Era infatti solo un anno fa, il 20 gennaio 2025, quando Donald Trump si reinsediava come 47° presidente degli Stati Uniti d’America, ma in dodici mesi la sua amministrazione ha stravolto il panorama globale delle relazioni internazionali e ha portato la situazione interna sull’orlo di una guerra civile, come testimoniano in questi giorni le immagini e le cronache di quanto avviene a Minneapolis e in altre città statunitensi. «Infrangendo le regole e concentrando il potere, l’amministrazione Trump sta cercando di rendere impossibile a chiunque di chiamarla a rispondere del suo operato. Non c’è dubbio che queste pratiche autoritarie stiano erodendo i diritti umani e aumentando i rischi per i giornalisti e per le persone che esprimono dissenso: manifestanti, avvocati, studenti e difensori dei diritti umani» osserva il direttore generale di Amnesty International Usa, Paul O’Brien. Il Rapporto di Amnesty International individua 12 aree in cui l’amministrazione Trump «sta facendo a pezzi i pilastri di una società libera»: attacchi alla stampa e all’accesso all’informazione, alla libertà di espressione e di protesta pacifica, alle organizzazioni della società civile e alle università, agli oppositori politici e alle voci critiche, ai giudici e agli avvocati, al sistema legale e al giusto processo.

Il Rapporto denuncia anche i ripetuti attacchi ai diritti delle persone migranti e rifugiate, l’uso come capri espiatori di determinate comunità, i passi indietro nella protezione dalla discriminazione, l’impiego delle forze armate per finalità interne, lo smantellamento delle misure anti-corruzione e di quelle per chiamare a rispondere le imprese del proprio operato, l’espansione della sorveglianza senza controlli significativi e i tentativi di indebolire i meccanismi internazionali istituiti per proteggere i diritti umani. Si tratta, aggiunge Amnesty, di tattiche autoritarie che si rafforzano a vicenda: «Studenti vengono arrestati e portati in carcere per aver protestato nei campus, intere comunità vengono invase e terrorizzate da membri a volto coperto dell’Ice (l’agenzia federale Immigration and Customs Enforcement), la militarizzazione delle città sta diventando la norma». Tattiche che stanno pericolosamente erodendo i diritti umani e civili, afferma Amnesty International: «Le libertà d’espressione, di protesta pacifica, di stampa, di accesso all’informazione; all’uguaglianza e alla non discriminazione, al giusto processo, alla libertà accademica, alla libertà dagli arresti arbitrari; e ancora il diritto di chiedere asilo, di ricevere un processo equo e persino quello alla vita».

L’organizzazione per i diritti umani chiede quindi azioni urgenti per proteggere lo spazio civico, ripristinare le garanzie dello stato di diritto, rafforzare i meccanismi per accertare le responsabilità e «assicurare che le violazioni dei diritti umani non siano mai accettate né considerate inevitabili». Azioni che, al momento, paiono piuttosto lontane dalle pratiche imposte dall’amministrazione Trump. Ma, sottolinea il direttore di Amnesty International Usa, «Possiamo e dobbiamo intraprendere un cammino differente. Le pratiche autoritarie prendono piede solo quando è permesso loro di venire normalizzate. Non possiamo permettere che questo accada negli Usa. Insieme abbiamo l’opportunità e la responsabilità di alzare la voce in questi tempi così sfidanti della nostra storia e di proteggere i diritti umani».

Il silenzio dell’Ue e l’opposizione della Ces

In una simile situazione, che a livello globale ha visto in pochi mesi l’amministrazione Trump ritirare gli Usa da 66 organizzazioni e ignorare completamente il diritto internazionale e la stessa Onu, tanto da proporre con il Board of Peace un surrogato privato del Consiglio di Sicurezza, con ingresso a pagamento e a totale sovranità dello stesso Trump, cosa fa l’Europa? Per ora colpisce il “silenzio assordante” delle istituzioni dell’Ue e della maggior parte dei responsabili politici dei suoi Stati membri, tranne qualche timida recente risposta su questioni come la Groenlandia e i dazi commerciali.

Tra le poche voci europee di opposizione all’ondata antidemocratica dell’amministrazione Trump, va segnalata quella della Confederazione europea dei sindacati (Ces), che nell’aprile scorso si era opposta al tentativo statunitense di intimidire le aziende europee impedendo loro di conformarsi alla legislazione europea sulla parità nei programmi di diversità, equità e inclusione (Dei). L’amministrazione Usa aveva infatti imposto alle aziende europee che hanno contratti con il governo statunitense di «non attuare alcun programma che promuova diversità, equità e inclusione che violi le leggi federali antidiscriminazione applicabili». Ma, aveva osservato la Ces, la richiesta di porre fine alle pratiche di uguaglianza, diversità e inclusività è «illegittima, inappropriata e contraria agli interessi dei lavoratori dell’Ue». Invece di opporsi a una simile intimidazione, la Commissione europea aveva ipotizzato di ritirare la proposta di direttiva orizzontale sulla parità di trattamento, proprio in un momento di forte aumento delle discriminazioni su tutti i fronti. Per questo, la Ces aveva invitato la Commissione a difendere gli standard di uguaglianza in Europa e a chiedere al governo degli Stati Uniti di ritirare la minaccia alle aziende europee: «Questo è il momento per l’Ue di farsi avanti, di dimostrare la propria leadership globale contro la discriminazione e di rifiutarsi di fare marcia indietro di fronte al bullismo, sostenendo invece con vigore le norme europee antidiscriminazione» aveva affermato la segretaria generale della Ces, Esther Lynch. Sindacati europei che ora, in occasione del lancio della nuova strategia antirazzismo dell’Ue, riaffermano il dovere dell’Europa di distinguersi dalla violenta aggressione trumpiana alla cosiddetta “cultura woke”. Dichiara la Ces: «Con il lancio della nuova strategia 2026-2030 in un contesto internazionale sempre più pericoloso, i sindacati affermano che essa deve rappresentare una vera svolta. L’Europa ha bisogno di politiche decisive, in grado di affrontare il razzismo come un problema strutturale che attraversa lavoro, istruzione, edilizia abitativa, servizi pubblici e dibattito politico, e una direttiva orizzontale antidiscriminazione è necessaria per garantire l’efficacia delle azioni incluse nella strategia».