Euronote – I rischi del lavoro a distanza

Euronote – I rischi del lavoro a distanza

Un parere dell’Europarlamento sulla salute mentale nel mondo del lavoro digitale

Milano, 11.7.2022

Tra le varie conseguenze della pandemia di Covid-19 ci sono state le forti ripercussioni sulle pratiche organizzative e gestionali che hanno modificato le condizioni di lavoro per molti lavoratori in Europa, in termini di orari, benessere psicofisico e ambiente di lavoro. Diversi studi dimostrano infatti che la pandemia ha diffuso su larga scala forme di telelavoro e smartworking, con conseguenze positive quali una maggiore flessibilità e autonomia e, in alcuni casi, un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata, ma anche rischi per la salute derivanti dall’eccesso di connessione, dalla sovrapposizione tra lavoro e vita privata e da una maggiore intensità di lavoro o stress legato all’uso della tecnologia (technostress). I rischi più diffusi per la salute associati al telelavoro sono quelli psicosociali, derivanti da orari di lavoro lunghi e stress. Tali rischi, secondo l’agenzia dell’Ue in materia di sicurezza e salute sul lavoro (Eu-Osha), possono comportare esiti psicologici, fisici e sociali negativi quali ansia, burnout o depressione legati al lavoro. Le condizioni di lavoro che comportano rischi psicosociali possono includere carichi di lavoro eccessivi, richieste contrastanti, mancanza di chiarezza sul proprio ruolo, mancanza di coinvolgimento nelle decisioni, mancanza di influenza sul modo in cui viene svolto il lavoro, cambiamenti organizzativi mal gestiti, precarietà del lavoro, comunicazione inefficace, mancanza di supporto, molestie psicologiche da parte di terzi.

Dato che in materia di rischi psicosociali gli Stati membri non hanno le stesse norme e gli stessi principi giuridicamente vincolanti, con coseguenze disuguali per i lavoratori, la questione è stata affrontata dal Parlamento europeo che ha adottato il 5 luglio scorso una risoluzione sulla salute mentale nel mondo del lavoro digitale. I deputati europei, oltretutto, avvertono rischi per la salute mentale dei lavoratori e minacce al diritto alla privacy, derivanti dal lavoro digitale, posti dal controllo e dalla sorveglianza abilitati dalla tecnologia tramite software e strumenti di intelligenza artificiale, monitoraggio remoto in tempo reale dei progressi e delle prestazioni e monitoraggio del tempo. Evidenziano poi l’impatto che il passaggio al telelavoro può avere sulla salute mentale di coloro che sono a rischio di esclusione digitale, per questo sostengono la necessità di affrontare il divario digitale nell’Ue per garantire un livello sufficiente di competenze digitali a tutti i lavoratori. Inoltre chiedono una direttiva sugli standard minimi e le condizioni per garantire a tutti i lavoratori il diritto effettivo alla disconnessione e per regolamentare l’uso degli strumenti digitali esistenti e nuovi per scopi lavorativi.

Senza dimanticare tuttavia altri fattori di stress, quali l’insicurezza finanziaria, la paura della disoccupazione, l’accesso limitato all’assistenza sanitaria, l’isolamento, le modifiche dell’organizzazione del lavoro a causa della pandemia e la crisi economica che ne è conseguita. «Questo nuovo scenario – sostiene l’Europarlamento – ci impone l’assunzione di una nuova e più ampia definizione di salute e sicurezza sul lavoro, che non può più prescindere dalla salute mentale». Anche perché, come osserva il vicesegretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), Claes-Mikael Stahl, «nessuno dovrebbe mettere a rischio la propria salute a causa del proprio lavoro. I lavoratori europei hanno affrontato una moltitudine di crisi negli ultimi anni, con la pandemia, l’invasione dell’Ucraina e l’aumento del costo della vita, che hanno creato innumerevoli rischi per la salute mentale. I nostri cittadini hanno bisogno di una protezione adeguata nei luoghi di lavoro».

Strategia europea per la salute mentale e diritto alla disconnessione

La risoluzione ricorda che l’anno scorso l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha rilevato oltre 300 milioni di persone nel mondo colpite da disturbi mentali legati al lavoro, quali esaurimento, ansia, depressione o stress post-traumatico. In Europa un lavoratore su quattro ritiene che il lavoro incida negativamente sulla sua salute, mentre un ambiente di lavoro negativo può comportare problemi di salute fisica e mentale, l’uso di sostanze, l’assenteismo e la perdita di produttività. Già nel 2015 i costi delle patologie mentali erano stimati a oltre il 4% del Pil in tutti gli Stati membri dell’Ue e la depressione collegata al lavoro è una delle principali cause di invalidità, con un costo economico stimato a 620 miliardi di euro l’anno e una perdita di 240 miliardi di euro in termini di produzione, osserva l’Europarlamento.

Durante la pandemia è poi peggiorata notevolmente in tutta l’Ue la salute mentale dei giovani, con problemi legati alla salute mentale che sono raddoppiati in vari Stati membri e gravi conseguenze per l’occupazione giovanile e la riduzione dei redditi, inclusa la perdita di posti di lavoro. In Europa, ricorda inoltre il Parlamento europeo, 9 milioni di adolescenti (di età compresa tra i 10 e i 19 anni) convivono con disturbi della salute mentale, l’ansia e la depressione costituiscono oltre la metà di tali casi, mentre il suicidio è la seconda causa principale di morte tra i giovani. Gli eurodeputati ritengono che la prossima crisi sanitaria riguarderà la salute mentale, per questo chiedono alla Commissione di agire e affrontare tutti i possibili rischi attraverso misure vincolanti e non ed elaborare una strategia globale dell’Ue per la salute mentale, che dovrebbe mirare a «integrare l’assistenza sanitaria per la salute mentale con l’assistenza destinata alla salute fisica, data la stretta correlazione tra le due».

Per quanto concerne le conseguenze della transizione digitale sulla salute mentale, l’Europarlamento ritiene necessario «un nuovo paradigma per comprendere la complessità del lavoro moderno in relazione alla salute mentale, posto che gli strumenti normativi attualmente in vigore non sono sufficienti a garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori e vanno aggiornati e rafforzati». Senza sottovalutare, tra l’altro, che nelle competenze specialistiche e nell’occupazione in questo settore l’82% sono uomini e solo il 18% donne.

In ogni caso, un passaggio totale o parziale al telelavoro «dovrebbe essere il risultato di un accordo tra rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori» sottolinea il Parlamento europeo, che invita la Commissione a proporre, sempre in consultazione con le parti sociali, una direttiva su norme e condizioni minime per «garantire che i lavoratori possano esercitare efficacemente il loro diritto alla disconnessione e a regolamentare l’uso degli strumenti digitali esistenti e nuovi a fini lavorativi».