Welfare contrattuale, Fabio Nava al convegno ADAPT: «ora la sfida è qualità, accessibilità e partecipazione»
Alla presentazione del nono rapporto “Welfare for People” promosso da ADAPT e Intesa Sanpaolo, Fabio Nava ha indicato la nuova frontiera: partire dai bisogni reali, connettere contrattazione e territorio, trattenere giovani e lavoratori e sostenere la qualità del lavoro.
Il welfare contrattuale ha fatto molta strada, ora deve compiere un nuovo salto di qualità: non misurarsi soltanto sulla quantità delle prestazioni offerte, ma sulla capacità di rispondere ai bisogni reali delle persone, raggiungerle davvero e accompagnarle nelle diverse fasi della vita e del lavoro.
È il messaggio portato da Fabio Nava – Segretario Generale della CISL Lombardia, alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano, durante la presentazione del Nono Rapporto ADAPT “Welfare for People”, promosso con Intesa Sanpaolo.
Dal welfare diffuso al welfare di qualità
«Abbiamo attraversato una prima stagione, quella della conquista della cittadinanza contrattuale del welfare, e poi quella della diffusione. Ora credo si apra una terza stagione: qualità, accessibilità e partecipazione». Nava ha ricordato come previdenza complementare, sanità integrativa e bilateralità siano ormai entrate stabilmente nelle relazioni industriali. Ma ha posto anche un confine netto: «il welfare non sostituisce il salario. Servono stipendi adeguati, rinnovi contrattuali tempestivi, produttività che cresca e valore prodotto distribuito meglio. Il welfare deve aggiungere protezione e qualità alla vita».
Prima il bisogno, poi lo strumento
Il punto di partenza deve allora tornare ad essere la persona. «Nessuno arriva al lavoro lasciando fuori dalla porta il resto della propria vita. Arriva con un figlio piccolo, con un genitore che perde autonomia, con una casa da pagare, con il bisogno di formarsi. Qualche volta semplicemente con un tempo che non basta più». Da qui una indicazione precisa anche per la contrattazione: «prima il bisogno, poi lo strumento».
Per la CISL Lombardia questo significa non limitarsi a negoziare cataloghi di benefit, ma ascoltare le persone, trasformare bisogni individuali in domande collettive, costruire risposte e verificarne poi l’effettiva accessibilità. «Non negoziare soltanto il welfare, negoziare anche la sua verifica: chi utilizza una misura, chi resta fuori e perché. Una tutela formalmente disponibile ma concretamente inaccessibile non è ancora una tutela piena». Un tema particolarmente rilevante in Lombardia, dove le opportunità offerte dal welfare contrattuale restano ancora diseguali tra grandi imprese e piccole aziende.
Per Nava, contratto nazionale, bilateralità e contrattazione territoriale possono consentire di mettere in comune risorse e competenze che la singola piccola impresa difficilmente potrebbe costruire autonomamente.
Il territorio come nuova frontiera
Ma il passaggio decisivo riguarda il territorio. Casa, mobilità, servizi per l’infanzia e non autosufficienza sono infatti bisogni che non possono essere affrontati soltanto all’interno dell’impresa.
«L’universalità della tutela non significa dare a tutti la stessa cosa. Significa fare in modo che persone che vivono condizioni diverse abbiano possibilità comparabili». Da qui la proposta di rafforzare le connessioni tra contrattazione, bilateralità, politiche regionali, servizi pubblici e Terzo settore. «Abbiamo costruito fondi, adesso dobbiamo costruire connessioni».
Un approccio che assume un valore ancora maggiore davanti alle trasformazioni demografiche e del mercato del lavoro.
Giovani e qualità del lavoro
La ricerca realizzata da BiblioLavoro su oltre 3.500 giovani iscritti under 36 della CISL Lombardia mostra che quasi uno su due sta già valutando un cambiamento di azienda. La retribuzione resta il primo elemento di attrattività, ma subito dopo vengono equilibrio tra vita e lavoro, clima aziendale e possibilità di crescita. «Non dobbiamo chiederci soltanto perché i giovani se ne vanno. Dobbiamo chiederci che cosa stiamo costruendo perché valga la pena restare».
Lavoro femminile, immigrazione, cura e demografia
Lo stesso vale per il lavoro femminile e per il carico di cura, che continua troppo spesso a produrre riduzioni di orario, carriere interrotte, minori redditi e conseguenze previdenziali. Denatalità, difficoltà delle imprese nel reperire lavoratori, partecipazione femminile, invecchiamento e sostenibilità futura del sistema sociale devono quindi essere letti insieme.
«Non possiamo lamentarci perché mancano lavoratori e contemporaneamente permetterci di perdere persone perché non siamo capaci di rendere compatibili lavoro e vita».
In questo quadro anche l’immigrazione assume una dimensione strutturale: non basta programmare quanti lavoratori servono, occorre costruire integrazione attraverso formazione, casa, servizi, diritti e percorsi professionali. E alla base di ogni ragionamento sulla qualità del lavoro resta salute e sicurezza. «Sarebbe contraddittorio costruire welfare sofisticati senza proteggere pienamente l’integrità delle persone mentre lavorano. La prima condizione per costruire una vita intorno al lavoro è che il lavoro quella vita non la metta a rischio».
La nuova frontiera del welfare contrattuale, ha concluso Nava, è quindi aumentare le possibilità reali delle persone: poter lavorare senza rinunciare alla cura, formarsi, costruire una famiglia, restare in un territorio e scegliere. «Il lavoro deve produrre valore e le imprese devono poter crescere. Ma la qualità di un sistema economico si misura anche dalla capacità di permettere alle persone di costruire una vita dentro quel sistema senza esserne consumate».
Dopo la conquista e la diffusione, la nuova stagione è quella della qualità, dell’accessibilità e della partecipazione: continuare a produrre valore senza consumare la vita delle persone.
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