Euronote giugno 2026 | I danni ambientali dell’intelligenza artificiale

Euronote giugno 2026 | I danni ambientali dell’intelligenza artificiale

Non solo emissioni ma anche enormi consumi di acqua e suolo, secondo l’Onu

L’intelligenza artificiale (AI) è una trasformazione tecnologica che «sta migliorando la vita di miliardi di persone in tutto il mondo» e «può promuovere la prosperità e il benessere umano», tuttavia presenta una serie di rischi per le persone e l’ambiente che possono essere limitati solo attraverso una governance adeguata, per ora ancora insufficiente. Recentemente è stata l’Onu a sottolineare questa urgenza, già segnalata da organismi internazionali (Ilo), da vari ambiti accademici, da reti e confederazioni internazionali sociali (Greenpeace) e sindacali (Csi e Ces).
Il monito dell’Onu riguarda l’impatto ambientale dell’AI, con le conseguenze negative che essa ha su suolo, acqua e clima derivanti dall’intenso e rapido aumento del consumo energetico di questa tecnologia. In un Rapporto curato dall’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite (Unu-Inweh), gli autori stimano un consumo di elettricità enorme entro il 2030, pari a 945 terawatt/ora, da parte dei data center globali che alimentano l’AI. «Si tratta di quasi il triplo del consumo annuo di elettricità di Pakistan, Bangladesh e Nigeria, che insieme ospitano oltre 650 milioni di persone» sottolinea lo studio, aggiungendo che l’impatto idrico sarà pari al fabbisogno domestico annuo di base degli 1,3 miliardi di abitanti dell’Africa subsahariana, e l’impronta territoriale supererà i 14.500 chilometri quadrati, «circa il doppio dell’area metropolitana di Giacarta (oltre 32 milioni di persone)».

Forte impatto dell’AI sui consumi di acqua e suolo

Dopo aver lanciato l’allarme sulle emissioni di gas serra dei data center, ora i ricercatori delle Nazioni Unite affermano che i costi ambientali dell’AI e dei data center non possono essere compresi solo attraverso le emissioni di carbonio. Infatti, spiegano, ogni kilowatt/ora di elettricità utilizzato per il funzionamento di un sistema di AI comporta anche «un’impronta idrica», dovuta al raffreddamento e alla produzione di energia, e «un’impronta di suolo», dovuta alle infrastrutture energetiche e alle catene di approvvigionamento. Si tratta di tre impronte che non si muovono nella stessa direzione: «Il passaggio dal carbone alla bioenergia,
ad esempio, può ridurre in media l’impronta di carbonio dell’elettricità del 70%, aumentando al contempo l’impronta idrica di oltre trenta volte e l’impronta di suolo di cento volte». Quindi, sostengono gli autori del Rapporto, un “basso contenuto di carbonio” non significa automaticamente “basso consumo idrico” o “basso consumo di suolo”. Inoltre, valutare la sostenibilità dell’AI attraverso un singolo parametro può trasferire gli oneri ambientali su regioni che affrontano già problemi di scarsità idrica o di utilizzo del suolo.

Consumi in rapido aumento, spesso inconsapevoli

Secondo il Rapporto dell’Unu, nel 2025 i data center globali hanno consumato circa 448 terawatt/ora di elettricità: «Se considerati come un’unica nazione, si sarebbero classificati all’undicesimo posto tra i maggiori consumatori di energia elettrica al mondo, dopo la Francia e prima dell’Arabia Saudita». Si stima che il solo ChatGPT elabori circa 2,5 miliardi di richieste al giorno, il che equivale a circa 383 gigawatt/ora di elettricità all’anno per un singolo prodotto. «Per compensare le emissioni di carbonio associate sarebbero necessarie 2,6 milioni di piantine di alberi coltivate per 10 anni, un numero di alberi sufficiente a coprire un’area pari a quella di Manhattan» sostengono gli scienziati delle Nazioni Unite, aggiungendo che «l’impronta idrica equivale al fabbisogno idrico domestico minimo annuo di circa 500.000 persone nell’Africa subsahariana, e l’impronta terrestre è pari a oltre 800 campi da calcio».
Le dimensioni dell’impatto ambientale dell’AI non sono però note e la maggior parte delle scelte degli utenti sono prese tramite impostazioni predefinite, quindi avvengono in modo inconsapevole. Un esempio riportato dal Rapporto dell’Unu è piuttosto emblematico: «Una tipica query in una chat conversazionale è circa 200 volte più dispendiosa in termini di energia rispetto a una semplice classificazione del testo. La generazione di una singola immagine tramite AI può richiedere circa 1.450 volte questo valore di base. Un singolo breve video generato dall’AI può consumare tanta elettricità quanto 200.000 classificazioni di spam».
Quindi, avvertono gli autori del Rapporto, «la scelta del modello, la lunghezza del prompt, il formato di output e la risoluzione influiscono notevolmente sul consumo energetico». Fino ad arrivare a una situazione assurda per cui «un’AI e un’energia più efficienti ed economiche significano un maggiore consumo di AI, rendendo l’impatto ambientale complessivo di gran lunga superiore ai risparmi ottenuti grazie all’efficienza».

Maggiori costi ambientali per chi non trae benefici

Il Rapporto dell’Unu segnala poi vari casi che mostrano come i servizi globali di AI creino forti pressioni locali. In Irlanda, nel 2023 i data center hanno raggiunto il 21% del consumo totale di elettricità misurata, superando tutte le utenze domestiche urbane, cosa che ha costretto il gestore della rete elettrica nazionale a sospendere nuove autorizzazioni nell’area di Dublino fino al 2028: «Un esempio concreto e documentato di ciò che accade quando la crescita delle infrastrutture per l’AI supera la pianificazione energetica». In Messico, a Querétaro, le risorse idriche sono messe a rischio dall’espansione delle infrastrutture informatiche, mentre in Uruguay i progetti per un data center ad alto consumo idrico sono coincisi con la siccità del 2023 che ha prosciugato le riserve di acqua dolce di Montevideo, rendendo l’acqua del rubinetto non potabile. Lo studio dell’Unu stima poi che entro il 2030 le infrastrutture per l’AI potrebbero generare ogni anno fino a 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, che saranno smaltiti soprattutto in Paesi con «economie a basso reddito e garanzie limitate», mentre i minerali critici necessari per l’AI e le energie pulite sono estratti in aree con una debole supervisione ambientale, dove si creano «zone di sacrificio» che danneggiano l’acqua e la salute delle popolazioni locali. Così, conclude l’Unu, «senza porvi rimedio, ripeteremo semplicemente gli stessi schemi del passato, in cui alcune aree si fanno carico dei costi e altre ne traggono beneficio».