Euronote maggio 2026 | Diritti umani: passo indietro del Consiglio d’Europa

Richieste restrizioni sui diritti dei migranti alla Corte europea dei diritti dell’uomo

«Mettendo in discussione i principi fondamentali del sistema della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu), gli Stati rischiano di innalzare le mura metaforiche dell’Europa, indebolendone al contempo le fondamenta». Il controllo dell’immigrazione non può essere attuato a “qualsiasi costo” e a discapito dei diritti umani, denunciano le principali Ong europee e il gruppo Agora, una piattaforma indipendente composta da circa 900 accademici di tutta Europa. L’allarme giunge in seguito all’adozione da parte dei ministri degli Esteri dei 46 Stati membri del Consiglio d’Europa, avvenuta il 15 maggio scorso a Chișinău in Moldavia, di una Dichiarazione sulla Cedu nel contesto della migrazione. Si tratta di una Dichiarazione giuridicamente non vincolante, ma che potrebbe influenzare la Corte europea dei diritti dell’uomo e guidare in qualche modo le autorità nazionali nell’applicazione della Convenzione, provocando così un grave passo indietro nella protezione universale dei diritti umani.

Secondo il gruppo Agora, con il processo di Chișinău per la prima volta nella storia del Consiglio d’Europa «alcuni Stati si sono prefissati di ridurre in modo permanente la tutela dei diritti umani per determinate categorie di persone». Ma, ammonisce Andrew Forde dell’Università di Dublino e commissario dell’Irish Human Rights and Equality Commission, «se, per scelta o per conseguenza, alcuni gruppi di titolari di diritti vengono discriminati e tutelati in modo più debole, ci stiamo dirigendo verso una ritirata controllata dall’idea stessa di tutela universale dei diritti umani. Una volta che si insinuano eccezioni e standard differenziati, si apre la strada all’erosione dei diritti di altri gruppi in futuro, ogniqualvolta la convenienza politica lo richieda».

Restrizione dei diritti in materia di immigrazione

Tutto è nato dalla richiesta avanzata un anno fa da Italia e Danimarca, sostenute da altri sette Paesi europei, di riconsiderare il modo in cui viene interpretata la Convenzione europea dei diritti dell’uomo in materia di immigrazione, che secondo questi Paesi ostacolerebbe il controllo della migrazione. Posizione, questa, espressa in una lettera aperta del maggio 2025 e poi confermata da una decisione del Comitato dei ministri nel dicembre 2025. Si è trattato però di iniziative non sostenute da Paesi membri del Consiglio d’Europa come Francia, Germania, Spagna e Turchia, che ospitano oltre il 60% dei richiedenti asilo in Europa. Ora, la Dichiarazione di Chișinău, pur riaffermando l’impegno degli Stati membri nei confronti del sistema della Convenzione, chiede di fatto ai giudici di Strasburgo di interpretare la Convenzione in modo restrittivo in materia di immigrazione. «Un pericoloso passo indietro rispetto all’impegno e al sostegno degli Stati parte all’indipendenza, all’imparzialità e all’autorità della Corte europea dei diritti dell’uomo, nonché all’universalità dei diritti umani» hanno osservato congiuntamente l’Ufficio Europa di Amnesty International, la Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) e la Commissione Internazionale dei Giuristi (Icj).

L’ambiguo concetto di «democrazia capace di difendersi»

Uno dei passaggi più discussi della Dichiarazione di Chișinău è quando i ministri del Consiglio d’Europa si riferiscono alla «strumentalizzazione della migrazione», che «crea sfide rispetto al dovere fondamentale degli Stati Parte di proteggere chiunque si trovi all’interno della propria giurisdizione, di proteggere i propri confini e di mantenere la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico». Secondo i ministri europei, quando gli Stati devono «affrontare la strumentalizzazione della migrazione» diventa «rilevante» il concetto di «democrazia capace di difendersi», perché «non si può permettere a uno Stato ostile» di «abusare del sistema» che la Convenzione protegge. Per il gruppo Agora, però, questa frase «suggerisce che i diritti umani di alcuni gruppi potrebbero essere limitati ogniqualvolta gli Stati invocano la “strumentalizzazione della migrazione” da parte di Stati ostili o altri attori. Compresi i diritti sanciti dall’articolo 3 della Convenzione (divieto di tortura e di trattamenti o punizioni inumani o degradanti)». Amnesty, Fidh e Icj, inoltre, sottolineano come i diritti umani delle persone, compreso il «diritto assoluto» alla protezione contro il respingimento e le espulsioni collettive, «non dipendono dalle motivazioni di Stati terzi o di terze parti che possono o meno aver facilitato i loro spostamenti», per cui la “strumentalizzazione” «non deve essere utilizzata per giustificare indebite restrizioni dei diritti individuali».

Diritti a rischio con i «nuovi approcci»

Altra questione che preoccupa le Ong e i giuristi europei è quella che la Dichiarazione di Chișinău definisce i “nuovi approcci”. I ministri del Consiglio d’Europa ritengono «importante che gli Stati, compresi quelli esposti ad arrivi di massa, possano perseguire nuovi approcci per affrontare e potenzialmente scoraggiare la migrazione irregolare», citando tra le «nuove forme di approccio» previste da vari Stati membri, «l’elaborazione delle richieste di protezione internazionale in un Paese terzo, i centri di rimpatrio in Paesi terzi e la cooperazione con i Paesi di transito». Di fatto la Dichiarazione li approva, osserva il gruppo internazionale di giuristi, «anche se l’invio di richiedenti asilo in Paesi terzi senza adeguate garanzie potrebbe essere contrario alla Convenzione». Considerando anche le preoccupazioni espresse dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e dal Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani dei migranti in merito all’esternalizzazione della gestione della migrazione, le Ong per i diritti umani ricordano che «qualsiasi accordo che coinvolga Paesi terzi deve garantire il pieno rispetto degli obblighi di non respingimento, l’accesso a procedure di asilo eque e il diritto a un ricorso effettivo».

La Dichiarazione «esercita pressione» sui giudici di Strasburgo, sostiene il gruppo Agora, per cui saranno da seguire con attenzione le prossime sentenze della Corte, ad esempio quelle sui presunti respingimenti ai confini di Polonia, Lettonia e Lituania con la Bielorussia.